Heidevolk – Recensione: Vuur van Verzet

A poco meno di tre anni tornano sulla scena gli Heidevolk con “Vuur van Verzet”, sesto full lenght di una band che non ha quasi mai tradito le attese; in particolare, questo album, che segue 14, mantiene una caratteristica interessante del predecessore, ossia propone, oltre ai testi in olandese, anche alcuni in inglese rendendo più veloce il meccanismo di immedesimazione con il concept lirico.

Il gruppo si didica come di consueto alla storia delle terre dei propri avi ed in particolare al periodo della fine del dominio romano. Questa è proprio la tematica descritta nella prima robusta guitar-oriented track “Ontwaakt” (da cui è stato realizzato ancheun video), in cui si incoraggiano i barbari ad unirsi contro l’oppressore in declino; il pezzo arriva al suo apice nel coro maestoso del finale. La terza song “Onverzetbaar” non è da meno, un vero assalto in cui la sei corde la fa da padrona; il testo descrive il modo in cui le varie tribù germane hanno fatto pagare duramente ogni centimetro alle legioni di Roma.

I due chitarristi Jacco Bühnebeest e Koen Vuurdichter in questo CD dettano la linea con riffoni robusti che nulla tolgono agli inserti folk e mantengono lo stile viking potente e dirompente.

Davvero grande emozione dona poi “Yngwaz Zonen (Yngwaz’ sons)”, pezzo in cui sono presenti solo le voci dei singer, un coro stentoreo, le percussioni (che vogliono rievocare i tamburi che dettano il ritmo per i rematori) ed il rumore delle onde che si infrangono contro un’ipotetica nave. La canzone infatti racconta, sempre nel periodo della decadenza romana, dei viaggi di Angli, Sassoni, Juti e Frigi alla ricerca di nuove terre.

Grazie a “Britannia” i ritmi aumentano e pongono in primo piano la linea ritmica rappresentata dal bassista Rowan Roodbaert e dal batterista Joost den Vellenknotscher (che innervano di potenza ogni passaggio del brano) ma la vera vocazione di questo CD sono i mid-tempo epici e il successivo “The Alliance” è un altro apice dell’opera L’alleanza a cui fa riferimento il titolo della song è il tentativo dei britanni di chiamare a sé i sassoni come mercenari per far fronte ai tanti nemici ma ben presto gli alleati, desiderosi di terre, le prenderanno quasi tutte confinando chi li aveva chiamati nel Galles.

La veloce “Tiwaz” (tributo al dio della spada) si propone con un ritmo più veloce ed incalzante e convince in pieno, complice anche l’uso sempre più azzeccato di backing vocals stentoree e la presenza di strumenti acustici che impreziosiscono i passaggi più rallentati e melodici.

Impressiona positivamente anche l’esplosiva “Gungnir” che esalta il basso di Rowan Roodbaert e il riffing serrato dei due chitarristi all’insegna di uno dei pezzi più metal dell’intero album.

L’apoteosi folk metal del cadenzato e colmo di enfasi “Het Juk der Tijd” è la degna conclusione di un altro album convincente per gli olandesi Heidevolk band matura e artefice di un concept lirico sempre profondo ed interessante.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Napalm Records

Anno: 2018

Tracklist: 01. Ontwaakt 02. A Wolf In My Heart 03. Onverzetbaar 04. Yngwaz Zonen 05. Britannia 06. The Alliance 07. Tiwaz 08. Het Oneindige Woud 09. Gungnir 10. Woedend 11. Het Juk der Tijd 12. Drink op de Nacht (Bonus Track) 13. Een Wolf in mijn Hart (Bonus Track)
Sito Web: http://www.heidevolk.com/

leonardo.cammi

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Bibliotecario appassionato a tutto il metal (e molto altro) con particolare attenzione per l’epic, il classic, il power, il folk, l’hard rock, l’AOR il black sinfonico e tutto il christian metal. Formato come storico medievalista adora la saggistica storica, i classici e la letteratura fantasy. In Metallus dal 2001.

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