Mantra – Recensione: Hate Box

Una biografia di tutto rispetto e un sacco di nomi illustri compaiono tra i ringraziamenti dei senesi Mantra, una band che tra cambi di nome e di line up è comunque presente sulla scena italiana da circa diciotto anni, che arriva al terzo disco con questo nome, e i cui membri sono parte attiva di numerosissimi progetti di vario tipo, sia a livello italiano che internazionale, musicali e culturali (basti pensare al progetto Siena Rock).

Non è quindi facile, proprio a causa di questi diversi interessi ed influenze, inquadrare con un’unica parola il genere eseguito dai Mantra; si può dire che esistano alcuni generi esplorati maggiormente, altri appena sfiorati, ma non una linea comune. L’ascolto mostra infatti una prima parte di album costruita attorno a pezzi veloci, con sonorità molto moderne, evidenti soprattutto nei due brani iniziali, ‘Promised Land’ e ‘Drifters’, mescolate a una voce che si richiama di prepotenza all’hard rock anni ’80; una così sensibile somiglianza iniziale farebbe pensare che tutto sia già stato detto, che ci sia una certa continuità nel disco. Non è così, lo si intuisce già con l’ascolto di ‘Time And Space’, dalle sonorità molto più alleggerite, e se ne ha la piena conferma quando si arriva a ‘Somewhere Sometimes’, una ballad principalmente acustica da cui traspaiono luminosità e serenità, nettamente in contrasto con i temi quasi angosciosi che caratterizzano i brani precedenti e quelli seguenti. È un po’ una specie di oasi musicale, prima di rituffarsi nell’abisso, e non bisogna aspettare molto per rendersene conto. Il brano successivo, ad esempio, ‘She’, raffigura una donna paragonandola ad un cancro che distrugge il corpo da dentro e svuota la mente, senza nessuna possibilità di salvezza. I pezzi successivi sono invece maggiormente improntati sulla malinconia, grazie a un certo numero di riff tipicamente blues che si incastrano in melodie hard rock molto interessanti. E così come ‘Sometimes Somewhere’ era una specie di tappa intermedia di un viaggio faticoso e doloroso, la tappa finale è rappresentata da ‘A Minor Bird’, il brano conclusivo, estremamente lento, caratterizzato dal largo uso che si fa del pianoforte, con richiami sinfonici, in cui la voce di Jacopo Meille perde volutamente il suo timbro limpido e si scurisce, incoraggiando alla riflessione e distaccandosi dalla realtà.

Non è chiaro se alla base di “Hate Box” ci sia un unico concept sviluppato secondo stili diversi. Ad ogni modo, bisogna sicuramente apprezzare e prestare attenzione a un gruppo formato da musicisti di questo genere, così versatili e pronti a presenziare sulla scena da un buon numero di anni. Da ascoltare per tutti.

Voto recensore
7
Etichetta: Horus / Audioglobe

Anno: 2006

Tracklist:

01- Promised Land
02- Drifters
03- Time And Space
04- Hard Times
05- Somewhere Sometimes
06- She
07- Saving Grace
08- Hit & Run
09- Win Lose Or Draw
10- A Minor Bird 01- Promised Land
02- Drifters
03- Time And Space
04- Hard Times
05- Somewhere Sometimes
06- She
07- Saving Grace
08- Hit & Run
09- Win Lose Or Draw
10- A Minor Bird


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