Hank Von Hell – Recensione: Egomania

Non posso che volere bene ad Hank. Ho adorato i Turbonegro, la loro folle e grottesca corsa punk verso l’autodistruzione. Ho adorato (e adoro tutt’ora) questo stranissimo personaggio con il face-painting e gli atteggiamenti da diva psicotica degli anni ’50 alle prese con strane storie di pizzaioli norvegesi e sa iddio cos’altro.

Ho amato l’attitudine di Hank (Come non ricordarlo quando concludeva gli show ai “tempi d’oro” cantando “I Got Erection” con un fuoco d’artificio conficcato nelle chiappe?)  quando incendiva i dischi di quella cricca di pazzoidi in denim, fino al crollo avvenuto ad un passo della gloria. Una storia che stava per diventare molto più che interessante, quando per colpa (si diceva ai tempi) di un furioso abuso di sostanze stupefacenti venne preso in quel di Milano e portato in ospedale.

Era il 1998. Una-maledetta-vita-fa.

Il recupero, il ritorno, altri dischi e con i Turbonegro fino alla seconda uscita. Il nuovo lento recupero, il rehab come direbbero “quelli seri”, fino alla decisione di rompere un silenzio che durava da troppo tempo. 8 anni.

Chiusa la rinascita con i Turbonegro, Hank ha scelto di rimanere nelle immediate vicinanze sonore della sua ex band per ripartire, un rock teso, a tratti ironico, guidato – per quanto possibile – dal suo essere istrione 24/7.

Un disco che parte bene con le prime canzoni e quasi si sente il buon vecchio “Helvete” di un tempo. Cattivo, ispirato, istrionico dietro il microfono. Ma è solo una piccola e dolorosa illusione, perché con lo scorrere dei minuti e delle canzoni il nostro perde verve e mordente, diventa una pallida imitazione di una rockstar. Dopo la quinta canzone (l’esatta metà del disco), la caduta drammatica: le canzoni diventano prevedibili e stanche.

Ma andiamo con ordine

“Egomania” parte a tutta con la title track (che parte con un baritonale “It’s time” per ricordare che Hank è tornato, è vivo e lotta insieme a noi), per poi sgranare un rosario di potenziali classici: “Pretty Decent Exposure”, “Blood” oppure la spassosa “Dirty Money”. Ma dopo “Bum to Bum” (nel video anche Steve-O che incita Hank a ritornare perché il rock ha bisogno di lui), dalla canzone successiva qualcosa di inceppa.

L’ipotetico “lato b” del disco va a picco, si avvita su sé stesso e non ne vuole sapere di riprendere quota. I tempi diventano lenti e la musica perde mordente, così come la verve di Hank che si perde tra le note. “Never Again” sembra quasi voler citare “una certa Kashmir”, ma è proprio la canzone ad essere strutturalmente debole. “Bombwalk Chic” scimmiotta il “lato a” e sembra messa nel disco per riempire (brutto il chorus).

Brutta la chiusura di “Adios (Where’s my sombrero)”. Nonostante il titolo delizioso, il clima epico e da “mexican stand-off” non giova al nostro norvegese. Una canzone totalmente fuori contesto. Unica nota positiva Hank che canta “My demons are dead”. Quella è l’unica cosa che conta.

Hank, l’importante è la salute. Artisticamente ti vorrò sempre bene anche dovessi tuffarti in uno strambo progetto per unire mazurka e grind. Non importa, davvero, tutto il resto non conta. Ora però concentrati sul “capitolo II” del tuo ritorno che le possibilità e le potenzialità sono enormi.

Voto recensore
6
Etichetta: Century Media

Anno: 2018

Tracklist: 1. Egomania 2. Pretty Decent Exposure 3. Blood 4. Dirty Money 5. Bum To Bum 6. Never Again 7. Bombwalk Chic 8. Wild Boy Blues 9. Too High 10. Adios (Where’s My Sombrero?)
Sito Web: http://www.hankvonhell.com/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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