Intronaut – Recensione: Habitual Levitations

Forse la miglior definizione possibile per inquadrare gli Intronaut targati 2013 è proprio quella utilizzata dalla loro etichetta (il colosso teutonico Century Media Records), che li definisce post-prog masters. Effettivamente “Habitual Levitations“, quarto full-length album, aumenta in modo esponenziale il già considerevole tasso sperimentale, trasversale e progressivo del precedente, e ottimo, “Valley Of Smoke” (2010).

Vi si ritrovano inalterati i vasti scorci melodici creati dalle chitarre di Dunable e Timnick, impegnati in riff angolari e mutevoli, perfettamente controbilanciati da una sezione ritmica (Danny Walker alle pelli e Joe Lester al basso) dal notevole groove ipnotico e tribale. Il risultato è un perfetto mix di post-core (fonte stilistica dalla quale, con “Void”, tutto è iniziato) e libertà espressiva rock a 360 gradi, sempre più raffinata, rifinita ed esperta (merito anche dell’intenso periodo di tour di supporto all’album precedente, anche di spalla ai Tool).

“Habitual Levitations (Instilling Words With Tones)” potrebbe potenzialmente essere un’unica, grande jam-session, tale è il feeling di continuità e fluidità che i brani si passano l’un l’altro. In questo senso gli otto minuti dell’opener “Killing Birds With Stones” inquadrano completamente le coordinate attorno al quale va a disegnarsi l’album, in un continuo gioco di accumulo e rilascio, accrezione e linearità (“The Welding”), guidato dalla voce mutevole e lisergica di Sacha Dunable, ottimo erede del ben più canonico growler Leon Del Müerte (in forze alla band fino alla svolta di “Prehistoricisms”, 2008).

L’ottimo lavoro in sede produttiva di John Haddad e Derek Donley cattura perfettamente la vastità di sfumature e di atmosfere dell’album, come dimostrano la trascendente “Sore Sight For Eyes” (memore di certi Tool) e la granitica “Milk Leg”, tra i brani migliori del lotto, che si conclude con la lenta catarsi spirituale di “The Way Down”.

“Habitual Levitations” è un’opera che non offre punti deboli di sorta, ma si mostra completa e complessa al punto giusto, offrendo altresì un ottimo contraltare agli altri geniacci del post-core più prog oriented, quei Baroness che con l’ultimo “Yellow & Green” (2012) hanno dimostrato una volta per tutte di essere su un altro livello. Lo stesso degli Intronaut, a quanto pare. La speranza è che ora finalmente la band losangelina possa raccogliere, soprattutto nella vecchia Europa, qualche consenso e attenzione in più, perché indubbiamente è ora fra le poche realtà di genere a meritarli.

Voto recensore
8
Etichetta: Century Media Records

Anno: 2013

Tracklist:

01. Killing Birds With Stones (8:04)

02. The Welding (6:01)

03. Steps (5:43)

04. Sore Sight For Eyes (5:30)

05. Milk Leg (6:46)

06. Harmonomicon (6:31)

07. Eventual (6:44)

08. Blood From A Stone (3:05)

09. The Way Down (8:57)


Sito Web: https://www.facebook.com/Intronaut

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