Gunash – Recensione: All You Can Hit

Formati nel 2003, i Gunash – che dopo aver recensito i Girish & The Chronicles pensavo fossero una band di provenienza indiana – sono in realtà una formazione italianissima dal nome un po’ inglese e le cui originali fonti di ispirazione si collocano dalle parti di Seattle: Soundgarden, Nirvana, Alice in Chains, Stone Temple Pilots, Foo Fighters e Queens Of The Stone Age sono chiaramente le coordinate alle quali Ivano Zorgniotti (voce, chitarre), Danny Abaldo (batteria) e Luca Negro (basso) fecero importante riferimento per dare vita ad un progetto che, a distanza di quasi vent’anni, si può definire non solo artistico ma anche ormai di vita. Nonostante le uscite discografiche siano state limitate (il debutto “Gunash” è del 2005, “Same Old Nightmare” del 2014 e “Great Expectations” di due anni più tardi), i Gunash hanno in realtà saputo intrecciare negli anni collaborazioni di rilievo (tra cui quella con Rami Jaffee, Nick Oliveri e Derek Sherinian) che, oltre a contribuire alla maturazione della band, le hanno dato una visibilità ed un’esperienza internazionale. Il fatto che “All You Can Hit” esca in formato digitale, su CD ed in LP nella doppia versione nero e colorato è oggi un indicatore ulteriore di status e consistenza. Come se la dimensione tattile fosse la nuova frontiera dell’esistenza artistica, in risposta al consumo veloce e distratto al quale tanto digitale è condannato, la formazione fronteggiata da Zorgniotti si presenta con un lavoro che non può fare a meno della sua sostanza e di una onnipresente sensazione di pienezza per dare un significato ad un cammino così interessante.

Dai brani più moderni e riffati (“Revenge”) a quelli di ispirazione più desert ed alternative (“B.J. Quinn”), i Gunash danno vita ad uno spettacolo senza tempo, sfiorando a più riprese la dimensione del piccolo classico per la facilità con la quale i suoi brani si liberano delle etichette, delle influenze, con una insofferenza verso le categorie che è essa stessa dimostrazione di spirito rock. Allo stesso tempo, e coerentemente con una visione matura che i vent’anni sulle scene devono darti, “All You Can Hit” sa elevarsi portando la classica ballad grunge (“The Sea Is Full Of Dreamscapes”) in un territorio continuamente sospeso tra atmosfere sognanti ed esplosioni heavy-prog (“The Kraken”), che inducono l’ascoltatore a lasciarsi trasportare ed intraprendere il viaggio. Il fatto che questo album registrato a Bologna si trasformi, e pure presto, in una convincente esperienza d’ascolto a cavallo tra suggestioni spirituali e contraddizioni moderne profuma di traguardo raggiunto, per un disco dalle molte facce che – a partire dal suo titolo – intende offrire una risposta personale e diversa al “consumismo dilagante e senza limiti della nostra società”. Una risposta per nulla consolatoria, piena di dubbi, di respiri e di pause (“Winter Wind”), aperta alle possibilità come dovrebbero essere le nuove generazioni, capace di leggere le sofferenze del nostro tempo, di elaborare la solitudine (“The Graveyard Keeper” ascoltata su vinile dovrebbe essere tanta roba, come dicono i vecchi che vogliono sembrare giovani) attraverso la lente di un genere che in tanti abbiamo immaginato ormai morto e sepolto, amen, ma che nella sua veste post ha evidentemente ancora molto da dire.

Grazie al mood sempre diverso che contraddistingue i suoi undici atti (“House Of Sand” propone in versione distorta il tono dimenticato e disilluso dei Crash Test Dummies, “Predators” interpretata da Oliveri suona decisamente punk), all’efficacia di un concept che i Gunash hanno elaborato e rifinito per due decadi ed al senso di libertà che tutti i suoi momenti strumentali regalano (“Crimson Tentacles”, “No More Promises”), “All You Can Hit” è un disco che fonde con sensibilità musica e ribellione, consapevolezza e speranza, ricordi e prospettive, senza che l’accostamento degli opposti diventi pura, artificiale retorica. A queste premesse segue infatti uno sviluppo sempre inaspettato ma in un certo senso logico, arrampicato sul ramo di una citazione o connesso al talento di un musicista ospite, giustificato nel contesto e capace di coinvolgere anche dopo il primo ascolto. Utilizzando al massimo il contributo creativo degli artisti coinvolti, la formazione piemontese ritorna con un cantiere delle idee che non solo intriga per la sua natura fuori dal tempo, ma che diverte per il modo in cui mescola le carte ricucendo la sua disincantata idea di futuro con un passato di quadratoni e flanella che – a conti fatti – non era poi così male.

Etichetta: Golden Robot Records/Go Down Records

Anno: 2022

Tracklist: 01. Revenge 02. B.J. Quinn 03. The Sea Is Full Of Dreamscapes / The Kraken 04. Emerald City 05. House Of Sand (A Bad Dream) 06. Winter Wind 07. Crimson Tentacles 08. The Graveyard-Keeper09. Predators 10. No More Promises
Sito Web: facebook.com/gunashband

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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