Green Carnation – Recensione: Leaves of Yesteryear

Macerie da ricostruire, una storia da rimettere in piedi e tanti anni a separare le colonne d’Ercole di una storia conclusa troppo presto. I Green Carnation dopo 14 anni dal live acustico “The Acustic Verses” (la nostra recensione) trova la forza di ricostruire e rimettere al proprio posto i cocci di una carriera stoppata nel 2007 tra tensioni ed un tour dannatamente complicato negli Usa.

Cosa c’è di nuovo nella musica nei Green Carnation? In “Leaves of Yesteryear” c’è sicuramente un approccio sicuramente più urgente (qualche scoria Opeth), dove l’impatto di voce e chitarre nei pezzi più dinamici diventa ancora più tagliente, ma la radice profonda dei nostri rimane sempre la stessa e quella malinconica solitudine rimane sempre al centro del mood dei norvegesi.

Il diamante è sempre tagliato in maniera creativa, sfiorato mentre segue la danza della title track e brano d’apertura. Quello che colpisce è la decisione, la precisione nella strada scritta tra le note del pentagramma, perché anche un brano come “Sentinels” riesce ad aprire più di una breccia nell’attenzione dell’ascoltatore grazie ad una melodia fuori dall’ordinario e decisamente obliqua per i canoni progressive.

Sì, progressive, perché di questo stiamo parlando, con un genere che cerca di raccontare i tornanti di una vita scomoda e che con “Hounds” raggiunge l’apice di intensità. Una manciata di minuti per sfiorare sentimenti e destino fino all’orizzonte di una canzone che poi esplode

Un disco con mille sfumature di grigio, come nella cupa “My Dark Reflections of Life and Death”, autentico tour de force di 15 minuti, che gioca con il pentagramma e nasconde all’interno intuizioni e sentimenti “black”. Tchort & Co. sanno conquistare chi ascolta con cambi di passo, umore e paesaggi indistinti all’orizzonte, e Kjetil Nordhus (voce del sestetto) si ritrova perfettamente a suo agio nel tessuto costruito con pazienza e dedizione.

Non sorprende la cover di “Solitude” dei Black Sabbath posta alla fine del viaggio, fedele all’originale, ma che trova la sua dignità nel cuore di un disco che sembra emergere dal profondo di un’anima di una band che ha ancora molto altro da dire.

Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2020

Tracklist: 1. Leaves of Yesteryear (08:03) 2. Sentinels (05:42) 3. My Dark Reflections of Life and Death (15:36) 4. Hounds (10:10) 5. Solitude (05:05)
Sito Web: https://www.facebook.com/GreenCarnationNorway/

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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