Graveworm – Recensione: Ascending Hate

I Graveworm sono una garanzia. La band altoatesina giunge con “Ascending Hate” al nono lavoro sulla lunga distanza, un platter che ha necessitato di una gestazione più lunga dei tempi a loro consueti (sono passati quattro anni da “Fragments Of Death”) e che potrebbe rappresentare un nuovo punto di partenza per l’ensemble di Brunico.

La band saluta infatti la tasterista storica Sabine Mair e il bassista Harry Klenk, accogliendo al loro posto Florian Reiner (Voices Of Decay) e il primo chitarrista del gruppo, Stefan Unterpertinger. Oltre al cambio di line-up, troviamo l’ensemble accasato presso la AFM Records, dopo un lungo sodalizio con Nuclear Blast. Formazione ridotta a cinque ma non per questo meno incisiva o costretta a rinunciare alle partiture melodiche intense e romantiche che da sempre contraddistinguono il sound dei Graveworm.

E infatti “Ascending Hate” altro non è se non una solida conferma del percorso che ha portato la band ad abbracciare i canoni del metal estremo più melodico ed evoluto, proponendo un calderone dove il death e il black nei risvolti più tecnici, abbracciano suggestioni gotiche. Le tracce scorrono con grande fluidità, guidate dalle growling vocals muscolari e convinte del bravo Stefan Fiori. L’equilibrio tra costrutti veloci, con dinamiche vicine a un certo melodic death di scuola nordeuropea e momenti drammatici, scanditi dagli ottimi arrangiamenti sinfonici (mai invasivi) è pressochè perfetto e malgrado l’assenza dell’effetto sorpresa, l’estetica di ogni singolo brano è curata nei minimi particolari.

Ogni canzone di “Ascending Hate” è un tassello necessario al mosaico notturno e malinconico creato dai nostri. L’album vive di una teatralità ruvida e un pizzico vintage, ipotesi confermata dalla presenza dell’ottima “Nocturnal Hymms Part II (Death Anthem)”, un chiaro tributo ai primi passi della band, che propone una seconda parte del brano contenuto su “As The Angels Reach The Beauty”, ovviamente elaborata per un contesto moderno.

The Death Heritage” apre le danze con note di chitarra acustica per poi velocizzarsi e fare proprie le suddette elaborazioni thrash/death. Ma l’impatto emotivo e la drammaticità sono in ogni solco di questo disco, ad esempio nell’epica “To The Empire Of Madness”, nella severa “Stillborn”, arricchita da una parte di tastiere e violino, nelle melodie ariose ma che non compromettono i caratteri funerei dei pezzi di “Rise Again” e “Son Of Lies”.

Pur non cambiando le carte in tavola più del dovuto, i Graveworm tornano con un buonissimo album, conferma dell’impegno profuso in un progetto che dopo più vent’anni possiede ancora molte frecce al proprio arco.

 

Voto recensore
7
Etichetta: AFM Records

Anno: 2015

Tracklist:

01. The Death Heritage
02. Buried Alive
03. Blood Torture Death
04. To The Empire Of Madness
05. Downfall Of Heavens
06. Stillborn
07. Liars To The Lions
08. Rise Again
09. Son Of Lies
10. Nocturnal Hymns Part II (Death’s Anthem)


Sito Web: www.graveworm.de

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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