Grave Digger – Recensione: Tunes Of War

Tunes of War“, pubblicato nel 1996 da GUN Records, è il settimo album dei Grave Digger. Si tratta di uno dei lavori più riusciti, se non il più significativo e iconico, della carriera dei Becchini tedeschi guidati dal mastermind Chris Boltendahl. Nel platter in questione i nostri optano per un approccio più melodico rispetto ai due dischi precedenti e il songwriting risulta essere più articolato. Intendiamoci, la matrice di base è un power speed metal potente, roccioso e diretto, come da tradizione teutonica (non mancano i brani serrati ed anthemici); i Grave Digger, tuttavia, “stemperano” in parte la violenza del sound che caratterizzava i due lavori precedenti (“The Reaper” e “Heart of Darkness“) ricorrendo a momenti hard ‘n’ heavy catchy e a passaggi più cadenzati e carichi di groove. Il sound di fabbrica costruito sui riff di Lulis, la solidità della sezione ritmica, la voce sgraziata e graffiante di Boltendahl, i cori magniloquenti presenti nei refrain e le incursioni di cornamusa e tastiera contribuiscono nel creare la particolare atmosfera evocativa e drammatica che pervade da cima a fondo “Tunes Of War” e che rende unico e memorabile questo disco. Piccola curiosità: Hansi Kursch collabora in qualità di ospite alle backing vocals; tale partecipazione conferisce un certo sentore di “Blind Guardian” ai ritornelli dei brani. I contenuti si riferiscono alla storia scozzese con un rigore quasi filologico, narrando gli eventi principali relativi alle lotte d’indipendenza, in un arco temporale che va dal Medioevo fino alla metà del 1700.

L’album si apre con la strumentale “The Brave”, una rilettura in chiave metal dell’inno scozzese. Dopo una breve intro di tastiera, la cornamusa intona la celebre melodia nazionale; su questa si innestano, in sequenza, la chitarra, con un riff tanto diretto quanto epico e trascinante, e la sezione ritmica, quadrata e incalzante. Il pezzo, con un messaggio solenne e diretto, trascina l’ascoltatore nelle Highlands scozzesi e innesta in lui un coinvolgimento emotivo tale da renderlo partecipe alla causa di libertà e indipendenza.
Il primo “vero brano”, “Scotland United” è un’autentica bordata, un pezzo tirato, aggressivo, una cavalcata con un riff da headbanging e un Boltendhal sugli scudi. Accattivante la batteria nel bridge e notevole l’incedere epico dato dal cambio di tempo nel chorus. L’inno anthemico chiama il popolo ad unirsi contro il comune nemico: il testo parla della battaglia tra gli scozzesi e il regno di Northumbria, combattuta a Carham on Tweed nel 1018 e conclusasi con la vittoria dei primi, guidati da Màel Coluim II (indicato con il nome inglese, Malcom).
Si procede con “The Dark of the Sun”, altro brano tosto, sorretto da un riff roccioso e da un coro straordinariamente epico (merito del buon Hansi Kursch); siamo nel 1263 e il testo narra della battaglia di Largs, che sancisce la vittoria degli scozzesi sui norvegesi.
William Wallace (The BraveHeart)” si apre con un arpeggio di basso e chitarra; dopo pochi secondi esplode in un riff indiavolato e serrato, al limite del thrash, che innesca una potente cavalcata in doppia cassa. Wallace, eroe nazionale scozzese, è il protagonista della vittoriosa battaglia del 1297 a Stirling Bridge, contro Edoardo I Plantageneto, ma anche della dura sconfitta subita dagli scozzesi l’anno successivo presso Falkirk. Interessante la costruzione del ritornello: Boltendhal e il coro cantano sommessamente, con un crescendo sottolineato dalla melodia struggente della tastiera. La musica si fonde con il testo, mettendo a nudo le fragilità e le intime paure di un uomo che tutti chiamano “Impavido”: I am just a simple man / I’m afraid to meet my end /Braveheart they call me/ If they knew if they could see. Canzone intensa e ben orchestrata.
The Bruce (The Lion King)”, dedicata al re scozzese Robert I del clan Bruce, frena in maniera drastica la velocità dell’album, pur senza, tuttavia, risultare meno “aggressiva” ed incisiva. La canzone è lenta, cadenzata, marziale, solenne, pregna di rabbia e di risolutezza; emerge la figura di un sovrano determinato, indomito (primo re dopo William Wallace, Robert conquista l’indipendenza della Scozia con la battaglia di Bannockburn nel 1314), che con fare minaccioso avverte i suoi nemici: I am The Bruce – The King The Lion / I am The Bruce – The Master of war / March against me – pay in blood / I rule forevermore.
Con un salto temporale di due secoli, “The Battle Of Flodden” ci porta nel 1513, alla battaglia di Flodden Field; qui i caparbi scozzesi, con l’intento di conquistare e sottomettere l’Inghilterra, guidati dal re Giacomo IV, subirono una sanguinosa sconfitta. Nel brano tornano la velocità e la consueta potenza, con un bel riff compatto e aggressivo e un ritornello in cui i Grave Digger pestano duro.
The Ballad Of Mary (Queen Of Scots)” è una dolce ballad dedicata alla Regina di Scozia, Maria Stuart, imprigionata e in seguito decapitata dalla cugina, Elisabetta I d’Inghilterra, nel 1587. La melodia struggente e malinconica ben si sposa con un testo né melenso né banale, che narra le vicissitudini della sfortunata sovrana; buona la prova di Chris e perfetti i cori nei ritornelli. L’inserimento di questa ballad non è affatto stereotipato, ma risulta essere molto convincente e, anzi, si inserisce armoniosamente nel quadro generale che vede protagonista dell’album il sentimento nazionalistico scozzese. Il tema principale del concept, invece, non è presente nella successiva “The Truth”, mid-tempo hard/heavy con un riff-rama accattivante che, pur mantenendo una tematica storica (la Riforma Protestante), non propone alcun accenno a vicende strettamente legate alla Scozia.
Cry For Freedom (James The VI)” è un brano power in doppia cassa un po’ sottotono; il protagonista è Giacomo IV Stuart, che, essendosi alleato con la Chiesa Protestante, viene accusato di aver venduto il regno di Scozia ai nemici (gli Inglesi).
Killing Time”, che tratta del regno di Giacomo VII Stuart, ha un riffing catchy più coinvolgente della traccia precedente; il ritornello risulta molto trascinante, grazie a un coro alla “Blind Guardian”.
Si giunge, quindi, all’inno, all’anthem per eccellenza dei Grave Digger: “Rebellion (The Clans Are Marching)”. Su un arpeggio di chitarra si staglia un coro guerresco che declama: The clans are marching `gainst the law / Bagpipers play the tunes of war / Death or glory I will find / Rebellion on my mind. Dopo un brevissimo break la batteria avvia un mid-tempo dal riff belligerante e la cornamusa incita l’indomito popolo scozzese a non cedere; il chorus epico invita a cantare a squarciagola. Un brano dal grande appeal live che innesca un headbanging forsennato. Il testo parla delle rivolte giacobite e in particolar modo della battaglia di Prestonpans (1745) in cui le forze inglesi prevalgono su quelle scozzesi.
Il brano “Culledon Muir” chiude le narrazioni storiche, trattando della tragica battaglia di Culloden (1746); la sconfitta subita pose fine alle rivolte scozzesi. Un pezzo discreto, ma nulla di più. Il disco si chiude con la funesta e drammatica “The Fall Of The Brave”.

Tunes Of War”, nonostante la presenza di qualche brano non sempre all’altezza, è un lavoro ben congegnato, personale, avvincente ed epico. Storia e musica metal possono coesistere? I Grave Digger lo hanno dimostrato con grande maestria.

Etichetta: GUN Records

Anno: 1996

Tracklist: 01. The Brave (Intro) - 02. Scotland United - 03. The Dark Of The Sun - 04. William Wallace (Braveheart) - 05. The Bruce (The Lion King) - 06. The Battle Of Flodden - 07. The Ballad Of Mary (Queen Of Scots) - 08. The Truth - 09. Cry For Freedom (James The VI) - 10. Killing Time - 11. Rebellion (The Clans Are Marching) - 12. Culloden Muir - 13. The Fall Of The Brave (Outro)
Sito Web: https://www.facebook.com/gravediggerofficial/

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