Goatsnake – Recensione: Black Age Blues

E chi l’avrebbe detto. Come un fulmine a ciel sereno, Greg Anderson decide di lasciare da parte per un attimo i Sunn O))), che lo scorso anno sono stati protagonisti di due album in collaborazione con gli Ulver e con Scott Walker e rispolvera il progetto Goatsnake. Parliamo della prima band dell’eclettico musicista americano, un ensemble distante dai droni e dalla sperimentazione e più in linea con un doom dal taglio classico e desertico, maligno, sabbathiano e vicino alle sonorità dei mostri sacri del genere.

Riunita la line-up con validi esponenti della scena (abbiamo Pete Stahl  –earthlings? – alla voce e all’armonica, Greg Rogers alla batteria direttamente dai mitici The Obsessed e Scott Renner – ex Sourvein – al basso), Mr. Anderson riprende l’avventua dei Goatsnake quindici anni dopo l’ultima fatica sulla lunga distanza (“Flower Of Disease”, 2000) e ci inonda con una colata lavica di southern doom rock di ottima qualità. Un titolo come “Black Age Blues” fa subito scattare un campanello di allarme, perchè in questo album di blues ce n’è molto. Ovviamente è adattato al contesto, gonfiato e estremizzato per incontrare lo spessore del doom e la schiettezza di uno stoner desertico e deliziosamente sudista.

Nei brani dal minutaggio più basso (citiamo “Elevated Man”, “Jimi’s Gone” e “Grandpa Jones”), si crea un’alchimia perfetta e la band, fra suoni riverberati e fumosi, passaggi di armonica, refrain intriganti ma comunque adeguati a un contesto sempre crepuscolare, infila una seria di tracce di grande efficacia. E’ un sound analogico, spoglio ma non povero, che idealmente pone sullo stesso continuum un fantasma sabbathiano e la musica nera, come d’altronde notiamo dall’intervento continuo dei cori gospel. “Black Age Blues” piace per la sua varietà che non diventa mai eccesso, per il suo essere accessibile senza indugiare in soluzioni troppo facili.

Non a caso, quando i pezzi crescono di durata, i Goatsnake si incattiviscono e non poco, trasformando episodi come “House Of The Moon” o l’ottima “A Killing Blues” in litanie taglienti e sfumate, in acide marce dove gli strumenti avanzano costanti e impetuosi, senza far mancare aperture più ariose dove una sardonica componente southern rock seguita a fare capolino. Davvero un buon disco questo “Black Age Blues”. Ovviamente non ci è dato sapere se Greg Anderson abbia ripreso in mano i Goatsnake per prendere una boccata d’aria dalle necessità di continuo sviluppo e ricerca dei Sunn O))), ma sia pur fatto per semplice divertimento, “Black Age Blues” si rivela un ascolto avvincente e dalle solide potenzialità intrattenitive. Chi segue il genere non abbia dubbi.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Southern Lord Records

Anno: 2015

Tracklist:

01. Another River
02. Elevated Man
03. Coffe & Whiskey
04. Black Age Blues
05. House Of The Moon
06. Jimi’s Gone
07. Graves
08. Grandpa Jones
09. A Killing Blues


Sito Web: https://www.facebook.com/pages/Goatsnake/64892895338

andrea.sacchi

view all posts

Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login