Manic Street Preachers – Recensione: Generation Terrorists

“Vendiamo 20 milioni di dischi e poi ci ritiriamo”. Questa la provocazione con cui si presentarono, nel 1992 (il primo singolo “Motown Junk” a onor del vero è del 1991), i Manic Street Preachers, sfrontati e diretti fin dal loro debutto. Mescolando una serie di influenze che andavano dai Guns’N’Roses ai Queen passando per i Clash, la band gallese manteneva ed ha sempre mantenuto una forte, fortissima personalità, conseguenza del carisma dei propri membri, su tutti il frontman James Dean Bradfield – una voce che, al netto del giudizio sulla proposta musicale, è fra le più belle del panorama rock – e il chitarrista/poeta Richey Edwards, scomparso nel nulla il primo febbraio 1995. Ma questa sarebbe una lunga storia.

Concentrandoci sul debutto. Riascoltandolo oggi – magari nella versione rimasterizzata uscita l’anno scorso per celebrare il ventesimo anniversario con una bella dose di contenuti speciali – alcuni pezzi fanno tuttora impressione per la grinta e la carica melodica: dall’opener “Slash’N’Burn”, aperta da un riff di rara efficacia, alla desolazione di “Motorcycle Emptiness”. E’ evidente, nei testi, la carica politica dei Manic Street Preachers, che porteranno avanti con coerenza, negli anni, un messaggio di contestazione ed anticonformista, del resto rispecchiato nella versatilità e nell’imprevedibilità da un punto di vista prettamente musicale. E’un messaggio che in “Generation Terrorists” viene declinato in temi come lo sfruttamento del Terzo Mondo, il consumismo, l’AIDS, la commercializzazione dell’innocenza femminile, sempre in maniera non banale e senza peli sulla lingua. Il provocatorio duetto con Tracii Lords in “Little Baby Nothing” e la trascinante “Stay Beautiful” sono altri due pezzi forti che hanno resistito al tempo, mentre in frangenti come “You Love Us” si intravedono le radici musicali punk che saranno poi alla base del capolavoro “Holy Bible” di un paio d’anni successivo al debutto. Notevole anche “Love’s Sweet Exile”, efficace esempio di come i Manic Street Preachers sappiano mescolare la furia punk ad un notevole gusto melodico ed aggiungano al tutto una certa tendenza, che si ama o si odia, alla melodrammaticità. E ancora la toccante “Spectators Of Suicide”, tassello meno conosciuto di una carriera che, fra alti e bassi, prosegue con grandissima dignità e sa regalare più di qualche colpo di coda, vedi gli ottimi “Journal For Plague Lovers” e “Postcards From A Young Man”.

Voto recensore
8
Etichetta: Columbia

Anno: 1992

Tracklist:

01. Slash n Burn
02. Natwest, Barclays, Midlands, Lloyds
03. Born to End
04. Motorcycle Emptiness
05. You Love Us
06. Love's Sweet Exile
07. Little Baby Nothing
08. Repeat (Stars and Stripes)
09. Tennessee
10. Another Invented Disease
11. Stay Beautiful
12. So Dead
13. Repeat (UK)
14. Spectators of Suicide
15. Damn Dog
16. Crucifix Kiss
17. Methadone Pretty
18. Condemned to Rock n Roll


Sito Web: http://www.manicstreetpreachers.com/

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. andpec

    Assolutamente d’accordo su tutta la recensione, semplicemente perfetta! Band immensa che avrebbe dovuto ottenere un successo planetario dato il vasto e variegato repertorio contenente decine di hits memorabili, per me la migliore band rock di sempre (dopo i Queen)! Avrei citato solo un altro capolavoro: “Everything must go” (1996) al posto di “Postcards from a young man” (2010). Stupendi appunto “The Holy Bible” (1994) e “Journal for plague lovers” (2009) e ottimo “Send away the tigers” (2007). Bello anche l’appena uscito “Rewind the film” (2013)! Che band!!!!

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