Gatecreeper – Recensione: Deserted

Il revivalismo nel metal è un po’ come l’horror nel cinema: ben poco di veramente interessante ed un mercato solo di nicchia, ma se intorno non c’è nulla che tira, allora va benissimo anche quello per chi deve portare a casa la pagnotta. In quest’ottica i Gatecreeper fanno parte a pieno di quella categoria di band che ripescano in toto il death metal più classico, con una miscela letale di swedish sound e rallentamenti doom che di suo non ha nulla, ma proprio nulla, che non sia già stato fatto più e più volte nel corso degli anni. Hanno almeno l’abilità di assemblare influenze con intelligenza, senza diventare veri e propri cloni di questa o quella band, e riuscendo a tirar fuori una lista di canzoni piuttosto scorrevoli, il cui unico punto veramente debole rimangono le linee vocali troppo monotone.

Se avete già ascoltato altro materiale della band vi sarete comunque fatti un’idea (cambiamenti nessuno, ma questo lo avevate già capito), in caso contrario basteranno i primi quattro brani per avere a disposizione tutti gli elementi necessari. Si comincia infatti con il riff lento e scurissimo di “Deserted”, brano che mostra una certa dinamica e più di un cambio di ritmo, quanto basta per farsi apprezzare nonostante gli oltre cinque minuti di durata. “Puncture Wounds” gode di un up-tempo di derivazione punk-core che avvicina la canzone ad un ibrido tra Dismember e Autopsy più ritmati. Anche in questo caso ci si diverte insomma, magari senza esaltarsi, ma comunque la canzone dura meno di tre minuti e va bene così.

Giunge così baldanzosa “From The Ashes”, molto vicina per incedere e substrato melodico a quanto fatto dai Bolt Thrower, ma sempre capace di aggiungere quel minimo di variazioni da non annoiare. “Ruthless” comincia lenta e groovy, per poi accelerare all’improvviso e rallentare di nuovo, con uno schema che ricorda non poco gli Asphyx di marca Van Drunen.

A questo punto avrete capito: si passa costantemente da momenti più veloci e ritmati ad altri scurissimi e lenti, senza farsi mancare, oltre alle già citate, influenze come Entombed, Grave, Obituary o Incantation. A far quindi da denominatore comune ad un album piuttosto vario sono le vocals. Il grugnito di Chase H. Mason non riesce però a seguire tutte le sfumature e rimane più o meno sintonizzato sulla stessa tonalità (qualche variazione c’è, ma nulla che rimanga impresso), sia durante i momenti più catacombali, nei quali suona piuttosto bene, sia in quelli più aggressivi o semi-melodici, dove mi pare manchi della necessaria espressività. In conclusione “Deserted” è un album sicuramente ben fatto, che però ha come area d’interesse esclusivamente gli appassionati del retro-death metal.

Etichetta: Relapse Records

Anno: 2019

Tracklist: 01. Deserted 02. Puncture Wounds 03. From the Ashes 04. Ruthless 05. Everlasting 06. Barbaric Pleasures 07. Sweltering Madness 08. Boiled Over 09. In Chains 10. Absence of Light 11. Anxiety – Bonus Track

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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