Fortune – Recensione: Level Ground

Con soli tre album pubblicati in circa trentasette anni, non si può certo dire che i Fortune siano una band prolifica. Eppure, il fatto di avere piazzato alcune minor hits (come Wikipedia definisce sommessamente “Stacy”, “Dearborn Station” e “Thrill of it All”) quando contava, cioè nei primi anni ottanta, è stato sufficiente a tenere in qualche modo a galla il ricordo della formazione losangelena, almeno fino al suo ritorno sulle scene nel 2016 ed in sala di incisione – per Frontiers – tre anni più tardi. Formati dai fratelli Richard e Mick Fortune, provenienti da una famiglia di musicisti professionisti, i Fortune hanno saputo lasciare un bel ricordo non solo grazie alla loro formazione musicale, ma anche in virtù delle collaborazioni che già all’epoca instaurarono con ottimi musicisti quali Larry ‘L.A.’ Greene, Roger Scott Craig (Liverpool Express) e Bob Birch (Detroit, Elton John): un’accortezza che certamente non fu in grado di dare una continuità alla loro carriera, ma che valse al debutto “Fortune” un buon successo in Europa e Giappone nonché il riconoscimento da parte della critica come uno dei migliori album AOR di tutti i tempi.

I Fortune si ripresentano oggi con una line-up per gran parte immutata e dieci nuove canzoni al quale spetta il compito di cancellare una volta per tutte il ricordo di quelle tre lunghe decadi di silenzio. Nonostante la presenza di melodie dolci e vellutati tappeti di tastiera (a cura di Bob Emmett), “Level Ground” è un disco dal suono rustico e corposo, che affida all’impatto delle sue frequenze più basse il compito di virare i toni verso il grigio ed il profondo (“Judgement Day”). In questo rock, che l’etichetta italiana preferisce definire hard piuttosto che semplicemente melodico, ci sono insomma mistero ed atmosfera, spessore e consistenza (“Level Ground”), assoli viscerali ed un incedere grave da colonna sonora in bianco e nero che sulle prime – e oltre – sorprende piacevolmente. Benchè la produzione non sia propriamente cristallina, una mancanza alla quale anche la copertina molto basica sembra in qualche modo volerci preparare, “Level Ground” assume brano dopo brano l’aspetto di una massa densa e travolgente, grazie alla bontà degli arrangiamenti (“Dangerous Things”), al gusto per certe sonorità del passato (“I Should Have Known You’d Be Trouble”) e soprattutto al modo in cui elementi concettualmente semplici – se considerati singolarmente, come ad esempio il drumming piuttosto spartano di Mick – danno vita ad un bello spettacolo quando sostenuti da una struttura coesa ed uno scopo mirato. Perfino la semi-balladI Will Hold You Up”, che può vantare il contributo di Steve Porcaro (Toto, Yes e tanti altri) alle tastiere, si trasforma nel giro di qualche battuta in un brano languido e malinconico, capace di lasciare quella sensazione di amaro in bocca che contribuisce a distinguere questo album dalla massa più omologata ed entusiasta.

Rispetto all’AOR al quale siamo rassegnati abituati, “Level Ground” suona più autentico e genuino, più dark e industriale, a volte perfino ipnotico nella ripetizione dei suoi ritornelli (“Orphaned In The Storm”), interpretato da Greene con un piglio raramente sopra le righe che fa di tutto per non essere eccessivamente brillante, squillante, arrembante. Un disco polveroso e lunare (“Lunacy Of Love”) che, senza perdersi in inutili complessità, ha anche qualcosa di Pink Floyd, Toto e Police, come ad esempio l’ambizione di parlare un linguaggio terreno ed universale, contemporaneo e per questo raramente consolatorio. E quando la prima impressione è così immediata e positiva, perfino i momenti meno originali come un just to see you smile makes my heart beat faster (“Hand In Hand”) finiscono per apparire sinceri e più o meno credibili, sdoganando in qualche modo il sentimento. Così come quei telefilm che si svolgono soprattutto nell’aula di un tribunale, il terzo disco dei fratelli Fortune è una piccola perla procedurale nella quale la storia spaventa, i personaggi distraggono e la verità arriva un poco alla volta, quasi sottovoce. E nonostante il lieto fine sia sempre assicurato, i paesaggi talvolta spettrali e desolanti che vi conducono non hanno nulla di davvero banale, né prevedibile, né lontanamente scontato.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2022

Tracklist: 01. Silence Of The Heart 02. Judgement Day 03. Dangerous Things 04. I Will Hold You Up 05. Riot In The Heartland 06. Orphaned In The Storm 07. I Should Have Known You'd Be Trouble 08. Hand In Hand 09. Level Ground 10. Lunacy Of Love
Sito Web: facebook.com/fortunerockers

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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