Cathedral – Recensione: Forest Of Equilibrium

Se possiamo far coincidere i primi vagiti del doom con l’uscita dell’omonimo Black Sabbath si può osservare come da allora il genere abbia saputo ciclicamente rinnovarsi, rimanendo comunque nella nicchia di cui si è sempre fatto vanto: a metà degli Eighties seppe infatti ricevere nuova linfa da artisti del calibro di Candlemass, Trouble e Saint Vitus, pur restando nell’alveo del metal classico. Ma è solo con i primi Cathedral che un nuovo tipo di cantato sporco inizia a permeare un genere ora scandito da ritmi psichedelico-sepolcrali che lo riconducono al sound dei quattro di Birmingham per collocarlo nell’ambito dell’extreme metal insieme a death e black, naturalmente non per motivi di velocità ma piuttosto per quel senso di angoscia opprimente che sarà poi estremizzata prima dalla triade Anathema – Paradise Lost – My Dying Bride e poi dalla ‘statica tensione’ funeral doom degli anni 2000.

Basta ricordare brevemente alcune delle uscite del ’91, come “Arise” dei Sepultura, “Blessed Are The Sick” dei Morbid Angel, l’opera prima dei Type O Negative, ma certamente anche l’omonimo dei Metallica, per capire che nel panorama hard’n’heavy qualcosa stava cambiando, e i cinque inglesi vollero contribuire a modo loro a quel mutamento. Virando in direzione opposta rispetto alle loro esperienze passate, Lee Dorrian (Napalm Death), Mark Griffiths (roadie nei Carcass), Mike Smail (Dream Death), Garry Jennings e Adam Lehan (entrambi ex-Acid Reign) riescono a riassumere, in un’opera di forzoso rallentamento del metal estremo, ciò che di più soffocante e pesante offriva la scena a cavallo tra gli ultimi due decenni del secolo scorso. I sette lunghi pezzi di “Forest…” dati alle stampe dall’immancabile Earache, ampliano il discorso abbozzato nei demo e focalizzano l’attenzione sull’aspetto deforme di una realtà distorta e parallela, dai toni allucinatori e deviati: fin dalle estranianti prime note di chitarra acustica e flauto dell’opener ci si ritrova in una strana dimensione, ben raffigurata dall’artwork (ad opera del fedele Dave Patchett, novello emulo di Hieronymus Bosch), che attraverso litanie sabbathiane miste ad accenni sludge e a digressioni prog tipicamente anni ’70, sa davvero rapire l’ascoltatore. Al tessuto strumentale, già spiazzante di suo, Dorrian associa una sorta di growl animalesco/primordiale che conferisce un’aura decisamente malsana al tutto e che diventerà l’inconfondibile marchio di fabbrica dei Cathedral, insieme allo sviluppo volutamente ‘paludoso’ dei pezzi: si va dalle atmosfere quasi sognanti di “Ebony Tears” alla tormentata “Soul Sacrifice” (da cui è stato tratto l’omonimo EP), alla conclusiva “Reaching…”, che inizia ancora con l’ipnotico flauto di cui sopra per proseguire su sentieri doom-death e chiudere il disco con un memorabile finale sfumato.

Cosa aggiungere ancora? Se stravedete per le sonorità dei Sunn O))) e comunque per il doom vecchio e nuovo, e ritenete che la nostra recensione vi sia stata d’aiuto per farvi un’idea su cosa potete trovare tra i solchi di questo ormai storico platter, allora vi suggeriamo caldamente di procurarvene una copia al più presto; se in caso contrario siete alla ricerca di velocità sostenute, limpide melodie di facile ascolto e testi d’immediata comprensione potete tranquillamente dimenticare quanto avete appena letto: trovereste “Forest Of Equilibrium” alquanto noioso e bizzarro.

Etichetta: Earache

Anno: 1991

Tracklist:

01.   Picture Of Beauty & Innocence (Intro) / Comiserating The Celebration

02.   Ebony Tears

03.   Serpent Eve

04.   Soul Sacrifice

05.   A Funeral Request

06.   Equilibrium

07.   Reaching Happiness, Touching Pain


Sito Web: www.cathedralcoven.com

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