Flying Colors – Recensione: Third Degree

I Flying Colors amano citare nei titoli del loro album e nella grafica delle copertine il numero che rappresenta la loro nuova uscita, quindi “Third Degree” è il terzo capitolo della loro storia, dopo ben cinque anni di assenza, quasi preoccupante, ma più che giustificata, dati gli impegni musicali di artisti come Steve Morse, Neal Morse e Mike Portnoy. Questo progetto infatti, pur raggiungendo quote artistiche di grande impatto, rimane qualcosa di collaterale per i suoi creatori, sempre di attesa della giusta congiunzione astrale che permetterà loro di riunirsi in studio, insieme agli altri due compagni Dave LaRue e Casey McPherson. E’ certamente la voce di Casey ad essere il collante di tutti gli stili e le influenze portati dagli altri ragazzi, pur vicina a quelle di Matthew Bellamy (Muse) e Myles Kennedy (Slash, Alter Bridge), riesce a donare alle canzoni pathos, insieme a quell’elemento melodico e catchy che rendono digeribili anche suite di più di dieci minuti, anche grazie alla generosità di un altro ottimo singer come Neal Morse, che lascia il palco principale al suo collega senza alcuna smania di protagonismo (a parte qualche parte vocale in “Last Train Home”).

Sono i diversi elementi della band a portare in essa diverse concezioni di musica e di stile, rendendo così i Flying Colors un ensemble di progressive rock davvero a trecentosessanta gradi, grazie alle sonorità riconoscibilissime di Steve Morse (quasi country ma rilette in elettrico, con una epicità tutta personale), all’approccio proggy molto classico di Neal Morse, alla vena pop e cantautorale di McPherson, e tutte le suggestioni ritmiche, fusion e funk portate dal basso funambolico di LaRue. E tutto questo universo di suoni viene cucito insieme dal drumming iper versatile di Portnoy, capace di adattarsi ad ogni situazione donando il suo tocco sempre unico, raffinato o potente, a seconda delle necessità.

Ecco quindi la partenza a molla con il riff quasi a là Audioslave di “The Loss Inside”, seguita dai modernismi coloratissimi di “More” (atipico singolo di sette minuti), che porta i Muse in un’altra dimensione. Se “Cadence” è una magica elegia tipicamente Morsiana (Steve, ovviamente) con una punta di già sentito, “Guardian” e “Geronimo” ci danno dentro con ritmo, soluzioni melodiche vicine a certi Toto e piacevoli contaminazioni sempre fresche e ben focalizzate.

Se poi “Last Train Home” rappresenta la suite progressive perfetta, mai noiosa, la saltellante e sixties “Love Letter” è l’ideale punto di incontro tra Beatles e Queen, e sfocia negli undici minuti finali di “Crawl”, altra prova di gruppo compatta e ispirata, dove tutti gli stili della band si incontrano e armonizzano, con un risultato emozionante e di grande suggestione, quasi cinematografica.

In conclusione, “Third Degree” è una grande conferma e contiene nuove clamorose sorprese al suo interno, per una band che sceglie di non accontentarsi e di continuare a sperimentare e creare, non dimenticando fortunatamente un pizzico di accessibilità e ricerca melodica che rende il tutto più immediato ed assimilabile. Oggi i Flying Colors rappresentano la definizione esatta di progressive rock del 2019, nulla di meno o di più.

Etichetta: Mascot Records/Music Theories Recordings

Anno: 2019

Tracklist: 01. The Loss Inside 02. More 03. Cadence 04. Guardian 05. Last Train Home 06. Geronimo 07. You Are Not Alone 08. Love Letter 09. Crawl
Sito Web: https://www.facebook.com/flyingcolorsofficial/

Antonino Blesi

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Ascolta metal dal 1983, ha 46 anni e non vuole certo smettere. La passione vince su tutto, e sarà anche scontato, ma la buona musica non morirà mai, finchè qualcuno continuerà a parlarne ed a canticchiare un vecchio refrain....

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Giovanni

    Maledetto! Devo ancora ascoltarlo e mi hai messo addosso una scimmia pazzesca 🙂

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