Fleshgod Apocalypse – Recensione: King

La quadratura del cerchio. Il quarto album dei Fleshgod Apocalypse è l’ultimo lato che mancava per sigillare il poligono che racchiude un ideale bersaglio che il gruppo nostrano riesce finalmente a centrare appieno sotto ogni punto di vista: “King” rappresenta la summa di tutto ciò che i cinque musicisti hanno costruito man mano e suggella un trionfo che li catapulterà ancora più lontano.

Un’opera che parla della corte che gravita attorno a un re, una corte in cui si intrecciano storie e tutto è vissuto con la passione, con impeto, uno sturm und drang ben rappresentato anche dal lied “Paramour (Die Leidenschaft Bringt Leiden)”, in cui il soprano Veronica Bordacchini si esprime al massimo delle potenzialità (prova che non esita a ripetere nella lenta e strisciante “Cold As Perfection”, vademecum di bravura compositiva e tecnica, con il coro protagonista, un recitativo da brividi e un tornado finale a spazzare via tutto, e in “Syphilis”, posta in penultima piazza e su ritmi più lenti rispetto alla quasi totalità del disco).

“Marche Royale”, intro strumentale, pone subito in chiaro l’estrema teatralità dell’opera stessa, cinematica e fortemente creatrice di immagini vivide davanti agli occhi: il ciclone “In Aeternum” arriva  quasi a voler dire che la parte furiosa c’è ancora,  fortissima ed è del tutto amalgamata alla parte più classica, sinfonica e maestosa, comprovata in “Healing Through War”: il finale con l’assolo meraviglioso e le tastiere a fare da tappeto è veramente memorabile.

Tommaso Riccardi ringhia dietro il microfono e riesce a dare man forte con la sua chitarra, così come le sei corde di Cristiano Trionfera e il basso di Paolo Rossi (responsabile anche delle lancinanti ed argentine corde vocali maschili pulite): le pelli sulle quali picchia Francesco Paoli alla batteria rimangono stupite anch’esse dal furore, la velocità e dalla tecnica e infine Francesco Ferrini al pianoforte e tastiere è l’elemento che arrichisce e rende il tutto ancor più omogeneo (in virtù, stavolta, anche di una produzione sonora degna del combo e che fa distinguere ogni singola nota, ogni singolo strumento, ogni particolare della tela).

Il singolo “The Fool”, con quell’inizio di clavicembalo e la partitura di batteria furiosa, è un capolavoro, impreziosito dalle clean vocals di cui sopra: la lancinante “Mitra” dimostra cattiveria ancor più piena per i Fleshgod Apocalypse e la maestosa “Gravity” rende grandissimo il grado di suggestione che queste note possono far scaturire nella mente dell’ascoltatore. “And The Vulture Beholds” è un pezzo composto e suonato in maniera difficilmente eguagliabili dalla quasi totalità dei gruppi dello stesso genere in attività e l’inizio cinematografico di “A Million Deaths” sottolinea ulteriormente, se ce ne fosse ancora bisogno, la continua trasfigurazione che ha reso i Fleshgod Apocalypse una “extreme metal classical cinematic orchestra”, in grado di mietere consensi anche a chi non è mai stato attirato da questo genere.

L’influenza classica si sente anche in coda, là dove la title-track chiude con solo un pianoforte questo incredibile viaggio sonoro, salvo fare da apripista per il CD numero due che si può trovare in alcune edizioni e che è la versione solo sinfonica della maggior parte dei brani di “King”.

I Fleshgod Apocalypse centrano il bersaglio con precisione millimetrica e consegnano agli ascoltatori una vera e propria opera di indiscutibile valore, capace di suscitare vertigini da sindrome di Stendhal, di fronte a una tale vetta di poesia sinfonica e ad un abisso di potenza senza riserve di cotali dimensioni.

Fleshgod Apocalypse - King

Voto recensore
8,5
Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2016

Tracklist: 01. Marche Royale 02. In Aeternum 03. Healing Through War 04. The Fool 05. Cold As Perfection 06. Mitra 07. Paramour (Die Leidenschaft Bringt Leiden) 08. And The Vuture Beholds 09. Gravity 10. A Million Deaths 11. Syphilis 12. King
Sito Web: https://www.facebook.com/fleshgodapocalypse

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

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