Finsterforst – Recensione: Zerfall

C’è chi si ferma all’immagine e chi va oltre. Più di una persona sarà stata probabilmente scoraggiata all’ascolto dei tedeschi Finsterforst (“foresta oscura” in tedesco), spesso raffigurati nelle foto promozionali con camici da minatori e sporchi di terra da capo a piedi (sì, l’abbiamo capito che ve la tirate sulla vostra “durezza”), quando fino al 2015 si presentavano a torsi nudi e un look più selvaggio e meno ironico. A parte gli scherzi, come band peccano di eccessiva ambizione che non è corrisposta ad un’altrettanto interessante proposta musicale. Tutti, e sottolineo, TUTTI i loro album durano rigorosamente più di 70 minuti (la durata massima per un album in studio con un solo cd, non a caso nessuno si è mai azzardato a stamparli in vinile o in cassetta per ovvi motivi di sbilanciamento di durata), quindi dei mattoni inossidabili… eppure il loro tipo di metal è quanto di più old-school si possa pensare, con incessanti riff in Mi e La minore, accordatura rigorosamente standard (in poche parole, modestia pari a quella dei Metallica e dei Manowar), nonostante i frequenti inserimenti di tastiere multi-registrate con sonorità pompose o pseudo-epiche, chitarre acustiche, fisarmoniche e voce in scream facciano pensare altrimenti. Diciamo che sono un paradosso vivente, e fin troppo vero per essere ignorato.

Tralasciando tutti gli scherzi e le critiche, c’è da dire che il loro terzo album, “Rastlos”, era un bellissimo esempio di cooperazione tra sonorità metal di vecchio stile, ritmiche e melodie modeste ed amichevoli ereditate dal folk insieme a paurosi inserti ambient con sole tastiere che lo rendevano di qualità più alta. Ma il resto? I primi due, oltre ad essere visibilmente ispirati a Equilibrium, Moonsorrow, Týr e un bel po’ di birra (e non solo…) in sede di registrazione, erano mattoni immensi con continui riferimenti al power ortodosso e ubriaco che li rendevano estenuanti, specialmente l’insopportabile debutto. “Mach Dich Frei” era un altro immenso concept sulla ricerca della libertà, ma l’unica traccia che colpiva veramente era la seconda, mentre il resto erano semplicemente canzoni di 3-4 minuti dilatate all’infinito solo per il gusto di fare. È come se i Finsterforst provassero gusto nel frantumare le speranze di chi si aspetta un ascolto scanzonato e volessero provocare a tutti i costi chi tende a considerare il loro genere come “dozzinale” o “fatto apposta per sballarsi”. E porca miseria, se ci credono.

E ancora ci credono, poiché il loro ultimo album, “Zerfall” (“disintegrazione” in italiano), conferma il loro caparbio desiderio di esagerare a tutti i costi in ogni campo, come se sforare nella durata o nelle melodie fosse un peccato punibile con una passeggiata forzata per tutta la notte nella Foresta Nera. Già dalla title track (l’unica canzone messa in anteprima nell’intera durata) è chiaro quello che il gruppo offre: progressioni semplici in chiave Mi minore in diciottesimi che girano attorno alla stessa nota fondamentale senza aggiungere un pizzico di imprevedibilità nella struttura armonica, a parte l’uso di chitarre acustiche e fraseggi in tremolo nel ritornello. L’opener “Wut” apre le danze con gli stessi giri in Si minore di “Schicksals End’”, contenuta nell’album precedente, che danno spazio alle chitarre a sette corde introdotte proprio con questo album, mantenendo ritmiche da fanfara anche durante il proprio bridge strumentale senza batteria, per poi saltare in un finale più violento con blast-beats e partiture di chitarra in sedicesimi. “Fluch des Seins” parte direttamente con gli stessi cori gregoriani mediante tastiere che il gruppo usa da almeno 3 album, alternati con fraseggi di fisarmonica, proseguendo nelle strofe con breakdown basati su palm-muting sincopati, un bridge strumentale e una sezione finale in blast-beat con un assolo basato su bending e alcune melodie che, per qualche bizzarra coincidenza, sembrano simili alle linee vocali di “When Did Your Heart Go Missing?”, hit di un decennio fa  del gruppo musicale indie rock Rooney… il che non sarebbe strano, considerata l’immagine non completamene seria dei Finsterforst.

Un caso a parte meriterebbe l’immensa suite finale, “Ecce Homo”, che con i suoi 36 minuti supera perfino la traccia omonima del gruppo, anch’essa contenuta in “Mach Dich Frei”, di ben 10 minuti. I primi 4 minuti sono occupati da un fraseggio ripetuto prima con sintetizzatori, arpeggi di chitarra in clean e spoken word narrativo, poi con un’esplosione della strumentazione distorta, ma non si passa alle strofe se non dopo altri 3 minuti. La traccia da sola è un perfetto riassunto del disco e del gruppo allo stesso tempo, includendo ogni elemento già usato dai Finsterfost in ogni loro disco e un minimo di varietà armonica in più, anche se solo in specifici passaggi e a partire dal tredicesimo minuto. Dopo una breve sezione acustica e alcune strofe sorrette dai piatti della batteria, la canzone cala di dinamiche intorno al diciottesimo minuto, lasciando solo una base di sintetizzatori, bassi elettronici e arpeggi sospesi senza distorsione, note ballabili con fisarmonica e duetti di cori. Siamo ormai quasi al venticinquesimo, e finalmente arriva il primo blast-beat a scuotere gli animi, ma viene alternato in sequenza a sezioni più pachidermiche con corni e archi digitali per due volte. L’assolo di chitarra arriva quasi al trentunesimo minuto: c’è tempo per un’ultima strofa con rallentamento e coda strumentale con chitarra e tastiera in primo piano per i restanti quattro.

Ora, tiriamo le somme. Questa recensione è lunga e molto dettagliata, quasi una dissezione dell’intero album (di cui il sottoscritto ha volutamente ignorato una traccia per non allungarla ulteriormente), ma soprattutto prolissa, noiosa e difficile da leggere. Gli stessi aggettivi che si possono applicare ai Finsterforst, che da buon gruppo di punta della Nuclear Blast e del “pagan metal” in generale, suona pacchiano, immenso e infinitamente romantico, come da tradizione del metal tedesco (che comprende anche altri gruppi difficilmente apprezzabili come In Extremo, Die Apokalyptischen Reiter e Rammenstein). “Zerfall” è il tipico lavoro del gruppo, un paradossale esempio di eccesso oltre ogni limite nonostante la sua semplicità compositiva di fondo, un album che solo chi è in grado di digerire un simile colosso composto da power-chord, produzione forzatamente cinematica e un muro del suono che nasconde sapientemente la mancanza di virtuosismo dei musicisti, cantante incluso, potrà apprezzare. I Finsterforst sono ormai alla deriva, totalmente incapaci di cambiare la propria proposta o le carte in tavola del mercato metal odierno, e non c’è più niente da fare: ormai ci tocca accettarli così come sono, ma rimane sempre un “meh” di fondo, quando si osservano altri gruppi con più idee e talento passati in sordina a favore di un ascolto pesante, insopportabile e poco musicale come questo.

Etichetta: Napalm Records

Anno: 2019

Tracklist: 01. Wut 02. Zerfall 03. Fluch des Seins 04. Weltenbrand 05. Ecce Homo

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