Porcupine Tree – Recensione: Fear Of A Blank Planet

Oltre alla malinconia e alla tristezza che caratterizzano la produzione artistica di Steven Wilson fin dai suoi esordi sul finire degli anni ’80 si fa largo oggigiorno un’incontrollabile rabbia verso la società che lo circonda…o meglio verso il contesto sociale che l’uomo sta distruggendo con le proprie mani tramite un utilizzo sbagliato ed eccessivo delle “comodità” che i tempi mettono a nostra disposizione; tutto ciò si evince dalle tematiche affrontate in questo nuovo ‘Fear Of A Blank Planet’ (i testi non sono mai stati più cupi), dalle scariche adrenaliniche contenute in esso ed anche dalle parole che il leader ha rilasciato ai nostri microfoni e che andremo a pubblicare prossimamente.

Questo nuovo album si immette sullo stesso sentiero partito da ‘In Absentia’ del 2002 spogliando ulteriormente il contenuto generale di pezzi “riempitivi” ed andando a concentrare in 50 min. tutta l’intensità di una proposta che ovviamente non è più quella psichedelico/delirante pre-‘Stupid Dream’ (discorso ampio, che divide i fan ma che non riteniamo di dover affrontare in questa sede). I ragazzi del giorno d’oggi hanno pochi ideali e vengono bombardati da ogni dove di informazioni talmente frenetiche che accavallandosi creano solo confusione e ciò viene presentato dai Porcupine Tree in modo altrettanto violento in tracce come la title track, diretta, fatta di pochi accordi e che prosegue l’andamento di pezzi come ‘Deadwing’ o ‘Arriving Somewhere, But Not Here’ o come la mastodontica ‘Anesthetize’ appassionante composizione in tre movimenti che parte percussiva ed ipnotica (quasi Tool) per poi sfociare in una parte centrale (con un gustoso solo di Alex Lifeson dei Rush posto come spartiacque) modern metal trascinante a dir poco, con un Gavin Harrison che non ha mai “maltrattato” così violentemente il proprio drumkit; qui i Porcupine Tree sembrano davvero aver raggiunto il loro apogeo di creatività con ogni musicista al servizio delle idee di Wilson. In contrapposizione ecco gli arrangiamenti di archi ad opera della London Session Orchestra di ‘My Ashes’ (vicina ai Blackfield) e ‘Sleep Together’ ma visto che i pezzi del CD sono solo sei non possiamo non citare i due rimanenti anche perché fotografano appieno le due anime di quello che secondo noi diventerà un rock album da ricordare: ‘Sentimental’ è un pezzo dolce che parte da un pianoforte soffuso per poi ergersi emotivamente imperioso nel refrain (lo stile è quello di pezzi come ‘Lazarus’ anche se ulteriormente migliorato) e nell’accordo acustico che riprende la mitica ‘Trains’ mentre ‘Way Out Of Here’ (che vede la presenza di Robert Fripp dei King Crimson) piace per quello che è, ovvero una splendida composizione heavy rock al passo coi tempi. Noi promuoviamo in modo assoluto ‘Fear Of A Blank Planet’ perché fotografa una band compatta, in continua evoluzione e che, pur spostando il suo baricentro verso sonorità più heavy e dirette (ricordiamo che ora sono sotto contratto presso Roadrunner per quanto riguarda l’Europa) non ha perso un’oncia della propria personalità.

Gli altri si mettano pure in coda, grazie…

Voto recensore
9
Etichetta: Roadrunner / Warner Bros.

Anno: 2007

Tracklist:

01. Fear Of A Blank Planet
02. My Ashes
03. Anesthetize
04. Sentimental
05. Way Out Of Here
06. Sleep Together


alberto.capettini

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Fan di rock pesante non esattamente di primo pelo, segue la scena sotto mentite spoglie (in realtà è un supereroe del sales department) dal lontano 1987; la quotidianità familiare e l’enogastronomia lo distraggono dalla sua dedizione quasi maniacale alla materia metal (dall’AOR al death). È uno dei “vecchi zii” della redazione ma l’entusiasmo rimane assolutamente immutato.

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