Fear Factory – Recensione: Soul Of A New Machine

Un fulmine a ciel sereno, quello che colpisce il mondo metal nel 1992, anno di pubblicazione di questo “Soul Of A New Machine” ad opera dei neonati Fear Factory: Burton C. Bell alla voce, Dino Cazares alla chitarra (ma in questo CD si occupa anche del basso) e Raymond Herrera alla batteria gettano il seme sul substrato sintetico che darà il via ad una delle storie più interessanti del metal, per quanto riguarda la creatività sonora.

Il concetto è quello di una società in cui la tecnologia domina l’uomo e lo opprime tramite un ibrido, ben espresso fin dal titolo, fra le due entità; ciò si riflette in musica, grazie ai campionamenti, ai synth glaciali e al drumming. Tutto ha un’aura pesante, oscura, che riflette l’opprimente realtà dell’uomo del futuro, una sorta di apocalisse tecnologica che si riversa sul genere umano: sia chiaro che parliamo del 1992 e se ora questi temi sembrano (seppur sempre attuali) sfruttati un po’ troppo, ai tempi erano una piacevolissima novità nel campo musicale, mutuata anche dal mondo filmico (James Cameron e Terminator, giusto per fare un esempio).

Il suono che permea questo “Soul Of A New Machine” è diretto, esplosivo, un ottovolante impazzito che si dipana attraverso 17 brani brutali che cominciano a delineare lo stile che i Fear Factory arricchiranno durante gli anni seguenti già dall’EP successivo “Fear Is The Mindkiller”, materia pulsante metallo ed elettronica: l’opener “Martyr”, potente e col suo ritornello melodico, la voce in growl e clean di Burton C. Bell, la chitarra massiccia di Dino Cazares sempre impegnata in un muro di suono compatto che mette a dura prova le casse, è ancora attualissima; “Scapegoat” (che parla dell’esperienza diretta del chitarrista con la Legge) esacerba ancora di più questo doppia anima orecchiabile e violenta, mentre “Crash Test” pone in campo l’uso massiccio dell’elettronica al servizio della classica violenza metal estrema, marchio di fabbrica in questo nuovo coacervo di sound tipico della band.

La batteria, combinata al riffing furioso, è il tubo neurale che costituisce il centro del suono: l’inizio di “Arise Above Oppression”, melodico, cambia e acquisisce velocità grazie ai due elementi che viaggiano in parallelo; la varietà si trova, dal punto di vista compositivo, in brani come “Self Immolation” e nella sua struttura particolare, nelle voci filtrate presenti qui e là all’interno dei pezzi e nell’algida marzialità dei suoni sintetizzati e dei campionamenti (presi da vari famosissimi film di guerra e da altri riguardanti “androidi che sognano pecore elettriche”), nell’incubo horror metropolitano di “Suffer Age” e in quello strumentale di “Natividad”.

Un disco ancora acerbo, pensando soprattutto alla storia successiva del combo losangelino, ma di sicuro un’opera importantissima, apripista a un filone nuovo, a un modo di intendere la musica estrema che prima era quasi blasfemo anche soltanto pensare: il coraggio di sperimentare, la forza e la violenza dei Fear Factory nascono qui ed ora.

Fear Factory - Soul Of A New Machine

Voto recensore
N.D.
Etichetta: Roadrunner / Universal

Anno: 1992

Tracklist: 1. Martyr 2. Leechmaster 3. Scapegoat 4. Crisis 5. Crash test 6. Flesh Hold 7. Lifeblind 8. Scumgrief 9. Natividad 10. Big God/Raped Souls 11. Arise Above Oppression 12. Self Immolation 13. Suffer Age 14. W.O.E. 15. Desecrate 16. Escape Confusion 17. Manipulation
Sito Web: http://www.fearfactory.com/

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