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Fear Factory – Recensione: Genexus

25 anni di carriera e l’ “invenzione” di un genere. Qui non si parla di sciocchezze ma di una sicurezza di nome Fear Factory. Nono album che porta il nome di “Genexus”, termine coniato dalla fusione delle parole “genesis” e “nexus”, che sta a indicare un nuovo passo nella fusione uomo-macchina, da sempre fulcro delle liriche della compagine di Dino Cazares, in cui la macchina diventa più uomo e l’uomo, a sua volta, diventa più macchina: un occhio esterno potrebbe non capire la differenza fra le due entità e questo è il futuro sempre più prossimo.

Il suono distintivo dei Fear Factory c’è fin dall’opener “Autonomous Combat System” che, dopo una intro maestosa, si butta a capofitto in una bolgia ribollente di parti umane e sintetiche e dove il buon Burton C. Bell dimostra di avere ancora grinta da vendere e di riuscire a giocare sul campo melodico come in questo ritornello. “Anodized” continua sulla scia e riesce a regalare altri momenti che si fischiettano a distanza di giorni. Di fianco ai già citati Cazares e Bell ora troviamo della partita una nuova sezione ritmica che vede Mike Heller alla batteria (ora in pianta stabile al gruppo e alla prima prova in studio col combo losangelino) e Tony Campos al basso (già Static-X, Soulfly, Ministry e Prong) che portano le loro doti a fare da ossatura per le cascate di note elettroniche e distorte dei Fear Factory .

Archi sintetici aprono “Dielectric” , che si instrada sul versante duro salvo poi aprirsi e diventare un campionario in grado di far ascoltare le doti canore di Mr. Bell; la 8 corde di Dino Cazares apre in maniera ipnotica “Soul Hacker”, dove le tastiere riescono a creare, come d’altronde in tutto il disco, un’atmosfera unica che riesce ad esacerbare ancora di più l’algida distorsione e il suono cibernetico di questa heavy hit da manuale.

La traccia successiva, “Protomech”, evidenzia su ritmi da capogiro la fusione di questa dicotomia appena menzionata, specialità da sempre dei Fear Factory, e potrebbe essere portata come esempio a chi non conosce questi alfieri digitali (tanto di pianoforte nei secondi finali); giro di boa e si presenta la title-track, coi suoi cambiamenti di ritmica e la combinazione doppia cassa-chitarra che trapana la calotta cranica (di osso o materiale sintetico che sia) per instillare nel chip centrale un altro virus musicale tirato, forte, paurosamente perfetto.

Church Of Execution” e “Regenerate” (quest’ultima veramente da applausi, con influssi anche un po’ diversi dal solito) continuano nella loro sistematica distruzione e ricostruzione binaria le poche strutture umane rimaste, che verranno suggellate dalla violenta “Battle For Utopia”: il nuovo ibrido è pronto e “Expiration Date” è un benvenuto post-wave in suo onore ma anche un requiem per il DNA morente che ha finito di agitarsi in una pozza silicea.

Un ottimo ritorno, che pone i Fear Factory sulla vetta delle produzioni 2015: hanno recuperato quel po’ di rabbia e quella capacità di scrivere inni che mancavano in bilico fra il metal estremo, l’industrial e l’elettronica combinandoli in un album dove non c’è un riempitivo e ogni pezzo ha ragione di essere al suo posto.

Voto recensore
9
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2015

Tracklist:

01. Autonomous Combat System
02. Anodized
03. Dielectric
04. Soul Hacker
05. Protomech
06. Genexus
07. Church Of Execution
08. Regenerate
09. Battle For Utopia
10. Expiration Date


Sito Web: http://fearfactory.com/

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

4 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Francesco

    Francamente un disco alquanto inutile, ne sono stati pionieri ma oramai questo genere non ha più nulla da dire e questo album ancor meno…e poi tutta la polemica sulla batteria.. sfido chiunque a capire se questo disco è registrato con batteria acustica o elettronica..doppia cassa, rullante e charly, forse ogni tanto un tom…come si fa a dire che c’è dietro un batterista vero ..

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  2. Fabio

    d’accordo su tutto , un album magnifico che sfiora il capolavoro, Burton e soci sono una garanzia

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  3. Gian

    E’ semplicemente il cd che aspettavamo. Dopo una serie di album solo carini, i Fear Factory che amiamo sono tornati. Genexus è potente, atmosferico, coinvolgente e studiato con cura. Incredibilmente curato e con suoni maestosi, questa nuova opera non raggiunge forse i livelli di Obsolete e Demanufacture (anche se forse qui entra in gioco il valore affettivo verso questi due capolavori e la loro forte innovazione), ma è un tassello importantissimo nel percorso di un gruppo che ha davvero fatto la storia del metal e che dimostra di aver ritrovato quello smalto che sembrava aver perso.

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