Faith No More – Recensione: We Care A Lot

Un disco acerbo sotto molti aspetti ma senza dubbio importante se vogliamo comprendere il percorso di ricerca e maturazione dei Faith No More, una tra le band più eclettiche e innovative della scena musicale contemporanea. Questo è in sintesi “We Care A Lot”, classe 1985. Il primo vagito della creatura di San Francisco è ancora piuttosto lineare nelle strutture, spesso ripetitive e ingenue, eppure tra le note del disco si scorgono già numerosi elementi di innovazione, da vedersi in brevi ritmiche e accenni strumentali presi in prestito da panorami differenti e dalle entità che hanno rappresentato una fonte di influenza per i nostri, dal punk funkeggiante à la Gang Of Four all’hip-hop, dal rap dei bassifondi alle derive industriali dei Killing Joke. Ovviamente, questa incarnazione primigenia del crossover era ancora distante da come il genere si sarebbe poi sviluppato, ma “We Care A Lot” è uno dei suoi punti di partenza.

E’ interessante notare una cosa. Siamo nel pieno degli anni’80, il music business si era ormai impadronito del punk, della darkwave e del metal, creando spesso delle realtà ad hoc o patinando gli artisti più celebri per renderli un po’ più affascinanti e meno ribelli. Proprio dagli Stati Uniti arriva questa controtendenza, ovvero la voglia di fare qualcosa di nuovo e di intelligente che fosse avverso alle logiche della mercificazione musicale. Il crossover fu una bella risposta, una contaminazione tra numerosi generi musicali che fu in grado di dare vita a ibridi di ottimo livello. Non solo i Faith No More si trovarono (magari anche inconsapevolmente) a sperimentare, insieme a loro possiamo citare con le dovute distanze di tempo e differenze, i Red Hot Chili Peppers, i Primus, i Living Colours, i Beastie Boys e i Fishbone, tutti intenti a filtrare il buono del rock e del metal per unirlo al rap, al funky e all’elettronica. Che poi tutto questo fosse molto poco “true”, consentitecelo, non ce ne importa.

Ai Faith No More, invece, importa molto. E lo dimostrano con un disco ancora stilisticamente legato al metal a tutto tondo ma interpretato in un modo nuovo, più chiassoso e positivo se vogliamo, con dei testi ancora un po’immaturi ma già sagaci e ironici. Altra doverosa osservazione: parlare dei Faith No More porta ad un parallelismo quasi obbligatorio con Mike Patton e il suo genio. Bene, qui Mike Patton non c’è. Il vocalist dell’epoca, presente poi anche sul successivo e già molto più intrigante “Introduce Yourself”, è Chuck Mosley, un grintoso cantante di origini afroamericane che forse non aveva la fiamma di Patton, ma di certo sapeva il fatto suo per doti e presenza. La titletrack inizia a definire lo stile del gruppo con un ritmo funk scandito dalla sezione ritmica Gould/Bordin e  ingrossatto dalle chitarre metalliche di Jim Martin, che talvolta offre bordate hardcore punk. La voce di Mosley è rappata e pungente, accompagna un refrain accattivante e corale che renderà il pezzo uno degli inni del gruppo americano. La successiva “The Jungle” è forse un pizzico più spenta, ma il basso pulsante, la voce distorta e le tastiere avvolgenti, ricordano come la wave sia per i nostri un concetto musicale ben assorbito e rielaborato con originalità.

L’album non brilla ancora per grande varietà ritmica e lampi di genio, ma di certo c’è una manciata di buone canzoni. Possiamo citare “Greed”, pezzo di chiara derivazione post-punk e wave con un ritornello intrigante e synth radiofonici, oppure “Arabian Disco”, che a dispetto del titolo di ballabile non ha nulla se non l’incipit, ancora chiaramente wave, fatto poi “ingrassare” da robustissime chitarre punk e dal vocione sguaiato ma efficace di Mosley. Tra grida belluine, sfuriate hardcore e ritmi rocciosi, “New Beginnings” chiude la prima release dei Faith No More.

“We Care A Lot” è un disco caotico a sprazzi, in parte confuso e di certo non tra i più rappresentativi dei californiani, per contro, una delle prime e più metalliche manifestazioni di avanguardia musicale e delle sue infinite possibilità di combinazione.

Faith-No-More-We-Care-A-Lot-cover

Voto recensore
S.V.
Etichetta: Mordam Records

Anno: 1985

Tracklist: 01. We Care A Lot 02. The Jungle 03. Mark Bowen 04. Jim 05. Why Do You Bother 06. Greed 07. Pills For Breakfast 08. As The Worm Turns 09. Arabian Disco 10. New Beginnings
Sito Web: http://www.fnm.com/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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