Signum Regis – Recensione: Exodus

Non ho mai avuto un buon feeling con i Signum Regis. Dopo aver appioppato due 5 tondi tondi ai primi due lavori della band slovacca, è finito sotto le mie grinfie anche questo “Exodus”, con la speranza di trovarmi finalmente di fronte al disco della svolta. I nostri cercano il riscatto giocando la carta della metal opera, tanto in voga in questo periodo, avvalendosi, oltre che del solito Goran Edman, anche di Michael Vescera, Lance King dei Balance Of Power, Matt Smith dei Theocracy ed altri personaggi meno noti di band vicine alla Ulterium Records.

Il genere proposto è un metal neoclassico dalle sfumature prog e melodiche, in pieno stile Malmsteen e Royal Hunt, anche se, in alcuni passaggi di “Exodus”, emergono guitar riff maggiormente robusti ed un songwriting diretto e con pochi fronzoli. Nulla comunque che non si sia già sentito in passato, nonostante la varietà dei vocalist renda questo nuovo disco targato Signum Regis, un pizzico più interessante dei suoi predecessori. L’inizio dell’album non è dei più incoraggianti, con una doppietta di song scontate e banalotte, in cui i cliché del power neoclassico sono sciorinati dalla A alla Zeta. Il nostro grafico di gradimento si alza leggermente con la tiratissima “Let Us Go!”, arricchita da scream vocals ottantiane ed una energia finalmente contagiosa. “Exodus” vive comunque di alti (la sinfonica title track) e bassi (la soporifera “The Ten Plagues”), e, nonostante qualche arrangiamento pomposo ed alcune melodie piacevoli, non riesce a raggiungere ancora la sufficienza piena.

I Signum Regis non sembrano in grado di uscire da un circolo vizioso compositivo, che li tiene in gabbia fin dagli esordi. Nemmeno la possibilità di poter sfruttare un discreto parco di vocalist ha dato la scossa, anche se li attendiamo nuovamente al varco al prossimo giro, per l’album della definitiva maturazione. Perché un’altra chance la si concede a tutti.

Voto recensore
5,5
Etichetta: Ulterium Records / Frontiers

Anno: 2013

Tracklist:

01. On The Nile
02. Enslaved
03. The Promised Land
04. Let Us Go!
05. Wrath Of Pharaoh
06. The Ten Plagues
07. Last Days In Egypt
08. Exodus
09. Song Of Deliverance
10. Sole Survivor
11. Mountain Of God (CD bonus track)


Sito Web: http://www.signum-regis.com/

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Exodus: Live Report della data di Milano

‘Poteva essere una tragedia!’. Non si tratta dell’ennesimo siparietto di Beppe Braida (l’uomo-attentato), ma la reale considerazioni che si potevano fare all’inizio (circa le 16) della data italiana del Bounded By Metal Festival, di scena martedì 22 Ottobre all’Alcatrazz di Milano. Alla già annunciata e pesantissima defezione degli Agent Steel, i risconti di vendite, tutt’altro che incoraggianti (come dimostrerà, poi, la serata, che vedrà sì e no 300 spettatori), si sono aggiunti i forfait di Carnal Forge, Behemoth e Callenish Circle (sostituiti dai Prospect) a far temere in un annullamento. Per fortuna tutto ciò non c’è stato, ma un certo clima di stanca si è potuto riscontrare nelle esibizioni dei primi gruppi, veramente scadenti le quali (e qui un evviva a talento, professionalità e passione) sono state riscattate dalle prove assolutamente maiuscole dei due headliner superstiti, vale a dire Nuclear Assault ed Exodus. Ma andiamo con ordine.

Ad aprire la giornata sono gli sloveni Prospect, ma il progressive power dalle forti tinte thrash del quintetto europeo appare, forse anche a causa di suoni non eccelsi (anche se la qualità generale è stata più che accettabile), poco dinamico e coinvolgente, apparentemente troppo caotico nel mischiare i differenti stili, molto diversi tra di loro. Le due uniche release del five-piece guidato dal singer Robi Grdic, vale a dire ‘#1’ e ‘Moments’ sono il centro della loro esibizione, senza infamia e senza lode, la quale, però, perpetra quella sensazione di apatia e scarso coinvolgimento del pubblico, forse non in grado di assimilare la proposta degli sloveni, complessa e affascinante sotto il profilo della pura idea, ma anche mal gestita sotto il profilo del songwriting. I cinque sloveni chiudono il concerto con la cover di ‘Minutes To Midnight’, una specie di mezzo disastro che li rimanda alla prossima prova, sperando che il tempo consenta loro una maturazione più che necessaria. Altra pratica archiviata

Non migliora la situazione musicale con il seguente gruppo, gli olandesi Occult, quartetto che miscela thrash di scuola americana, con il black ed il black/thrash di scuola europea anni ’80 (il four-piece nasce nel 1988) e che ha visto tra le sue file, dal 1994 fino a due anni fa, Rachel Heyzer, l’attuale singer dei Sinister. Musicalmente i quattro olandesi non appaiono dei fenomeni, anche se sotto il profilo dell’esecuzione non sono malvagi, e la loro proposta, che svaria dal debut ‘Prepare To Meet Thy Doom Foundation’ del 1994 fino all’ultimo ‘Rage To Revenge Painkiller’, non riesce a staccarsi dai consueti e triti canoni del black thrash di due decadi fa. Se si aggiunge che la voce del singer Maurice Swinklers appare uno screaming un po’ monotono, il quadro che ne esce è di una prova molto incolore e noiosa.

Si cambia scenario geografico ma non musicale con gli statunitensi Mortician, trio dedito al death metal classico di scuola americana. Il combo originario dello stato di New York e sulle scene sin dal 1993, cerca di sfruttare la forza d’urto delle composizioni tratte da ‘Zombie Apocalypse’ o ‘Domain Of Death’, poiché la varietà e la tecnica non sono certo i cavalli di battaglia del trio guidato dal bassista/cantante Will Rahmer, ma una presenza scenica degna delle colonne del Partenone e i problemi tecnici che azzerano più di una volta il basso e catacombale growling di Rahmer, fanno sfumare questi loro intenti. Una maggior partecipazione del pubblico, vista anche la discreta fama di cui gode il three-piece, non risolleva, comunque, una prova piuttosto stanca e dalla quale si poteva pretendere di più.

Salgono sul palco dell’Alcatrazz una delle formazioni storiche della scena death svedese primi anni ’90: i Grave. Fin dal 1991, con il full-length d’esordio ‘Into The Grave’, il quartetto dove spicca la figura del frontman e chitarrista Ola Lindgren, è stato uno dei punti di riferimento per il death più brutale e oscuro della scena scandinava. Il four-piece svedese è forse la prima formazione, stasera, che mostra una maggior convinzione e perizia tecnica (aiutata da dei suoni compatti e precisi), frutto dell’esperienza e della voglia di convincere dopo la loro reunion e la conseguente uscita, un anno fa, del full-length ‘Back From The Grave’. Premettendo che chi vi scrive non ha mai apprezzato troppo la proposta dei Grave, troppo scontata e monotona nel songwriting, bisogna ammettere che in quanto a pesantezza, oscurità e coesione, i Grave sono stati, fino a questo momento, la nota più positiva della serata. Menzione speciale per la bella performance del batterista Cristofer Barkensjö, preciso e granitico.

Di solito, nel più classico dei film western, quando la situazione si fa davvero critica, arriva il Settimo Cavalleggeri a togliere le castagne dal fuoco. Per questa volta, sono stati un quintetto ed un four-piece a rimettere in piedi un mini-festival dal sapore quasi dimesso e fallimentare, due nomi storici della Bay-Area anni’80, in grado, molto più che le nuove leve che li avevano preceduti, di scatenare il famigerato ‘mosh titanico’ tra i presenti che, anche se in numero esiguo, hanno saputo trasformarsi in un mare forza 10. Il primo colpo è stato assestato dai seminali Nuclear Assault di Danny Lilker&Co.. Dopo averli visti per due volte, all’indomani della reunion, questa terza apparizione era una specie di prova del nove: sono veramente tornati per fare sul serio o sul serio avevano dei problemi col conto in banca? Fugate ogni dubbio, perché i Nuclear Assault hanno messo veramente a zittire ogni dubbio. Selvaggi, scatenati, precisi nell’esecuzione dei loro classici pescati da capisaldi come ‘Handle With Care’, ‘Game Over’ o ‘Out Of Order’ il quartetto guidato da quella specie di Angus Young del thrash che è John Connelly, ha fatto dell’ora e venti minuti a sua disposizione un assalto frontale che non voleva fare prigionieri. La voce del suddetto Connelly ha lacerato l’aria con il suo timbro strozzato senza mai perdere d’intensità, così come la potenza sprigionata dalla sua sei corde, in coppia con l’altra ascia Eric Burke (che ha sostituito definitivamente Anthony Bramante), in una perenne corsa contro il muro del suono. A far da macchinista per questa locomotiva ‘sola andata per l’inferno’ il drummer Glenn Evans, che dopo due esibizioni (quelle alle quali avevo assistito al Wacken del 2002 ed al No Mercy dello scorso Aprile) non proprio impeccabili, sfodera un concerto da incorniciare. Precisione, fluidità nei passaggi di piatti e nelle rullate ed una doppia cassa che non ha smesso un momento di mitragliare il pubblico. Tanta energia agli strumenti non è stata, però, il solo asso nella manica per conquistare i kid dell’Alcatrazz; una presenza scenica da veri indemoniati, con Connelly che ha deciso, ad un certo punto, di scendere dal palco, piazzarsi con chitarra e microfono di fronte alle transenne che lo dividevano dalla prima fila, per concludere la performance dei Nuclear Assault il più vicino possibile ai fan che si sono letteralmente distrutti, specialmente all’esecuzione, con Lilker alle lead vocal (ottima la prestazione del bassista, assieme a Burke, per quel che riguarda i cori), del pezzo ‘cult’ ‘Hang The Pope’, che genere l’ennesimo ‘tumulto musicale’. Un concerto intenso, rabbioso ed incisivo, proprio come sono sempre stati i Nuclear Assault e come tutti li volevano rivedere sulle assi del palco.

Passata la tempesta Nuclear Assault, si era in attesa di un’altra ‘intemperia’ della stessa portata: gli Exodusdovevano salire sul palco del club milanese e, come minimo, cercare di eguagliare Connelly e soci. Ma non c’è mai limite a quello che può fare la classe e, per quanto difficile, la performance del five-piece di San Francisco è risultata addirittura superiore a quella dei N.A.. Se questi ultimi sono stati una tempesta, Steve Souza e compagnia hanno generato un autentico maremoto, dove il pubblico si è gettato con la brama del surfista più folle. Appena partiti gli Exodus, che godono dei suoni migliori di tutta la serata, fanno capire che sono in autentico stato di grazia. Tom Hunting è un tank lanciato a 400 all’ora, in grado di sfoderare passaggi virtuosistici in brani dalla ferocia unica come Brain Dead’, ed ‘Exodus’, mentre le chitarre di Hunolt e Holt tagliano fette di spessissimo metallo con una velocità ed un’accuratezza invidiabili, mostrando che i brani che andranno a comporre il nuovo album (previsto per il Febbraio dell’anno prossimo) sono stati realizzati con l’intento di superare quello che, finora, il quintetto californiano era riuscito a fare, cioè segnare la storia del thrash. L’assaggio di track inedite come ‘Star Splanged Banner’ ha retto perfettamente l’urto con gli anthem classici quali ‘Toxic Waltz’ ed il tellurico manifesto ‘Bounded By Blood’, tutte cantate dalla maligna e stridula ‘vocina’ di Steve Souza, direttore d’orchestra folle e con la capacità di tenere sempre alto il livello d’aggressività del suo ensemble e del ‘pit’ formatosi sotto il placo, vera e propria arena per scontri a colpi di pogo selvaggio. ‘Dirty Deeds’ degli AC/DC serve per dare una sferzata di groove quasi danzereccio alla loro esibizione, che subito si rituffa nelle più folle corsa con il bis della nuova ‘Star Splanged Banner’, per poi dare il colpo di grazia con un altro classico d’annata: Fabulous Disaster. Prestazione tecnicamente stellare, d’intensità e ferocia da epoca d’oro del thrash; questo è stato l’argomento chiave dell’arringa finale degli Exodus che risollevando, assieme ai N.A., un Bounded By Metal Festival inspiegabilmente snobbato (la defezione annunciata degli Agent Steel, unita a quelle improvvisa di Carnal Forge e Behemoth non basta a spiegare una tale scarsità di pubblico), hanno convinto una giuria ristretta, ma severissima, che il loro ritorno sembra essere dettato veramente da quell’entusiasmo che li ha resi grandi in passato. Si aspettano le conferme su disco, adesso, ma per ora sembra proprio che per guardare avanti nel metal, sia necessario fare un…ritorno al futuro.

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