Evildead – Recensione: United States Of Anarchy

Per i fan degli Evildead dopo un’attesa di “solo” 30 anni ecco finalmente il nuovo album. Per i meno affezionati andiamo a conoscere gli autori. La band nasce a Los Angeles a fine anni 80, pubblica due album in studio e un live tra il 1989 e il 1991, per poi sciogliersi da lì a poco. Per gli amanti del genere il gruppo assume un valore leggendario e i due dischi diventano cimeli da tenere accanto a quelli delle altre band thrash sparite nella prima metà degli anni 90.

Cambia millennio e il gruppo si riforma nel 2008 con gran parte della formazione originale e intraprende un’attività unicamente live, senza continuità e senza arrivare a pubblicare nulla. Poi tra nuovi scioglimenti e cambi di componenti arriviamo al 2019, quando vanno sotto l’ala della SPV/Steamhammer e iniziano a lavorare al nuovo album, appunto “United States Of Anarchy”.

Malgrado gli anni e le vicissitudini, per gli EVILDEAD il tempo si è fermato al periodo in cui il thrash si stava sviluppando e prendendo la sua forma definitiva. Questo album, infatti, sembra uscito da una capsula del tempo sigillata nel 1992 e riaperta oggi. Chiaramente non era l’intento degli autori innovare o sperimentare, ma di dare una bella lezione di metal anni 90.

Tutto è studiato in questo senso, dalla copertina, ai testi aggressivamente impegnati a, ovviamente, la musica. Il risultato è godibile e può essere sia una bella carrellata di ricordi per chi ha vissuto il periodo sia una interessante lezione di storia per i più giovani.

I pezzi sono una bella sequenza di mazzate sui denti, tutti con un buon bilanciamento tra parti più compatte e momenti di respiro per gli assoli. 

Alcune canzoni sono scritte per dare grandi gioie in sede live, con belle accelerate per momenti da pogo spinto e parti da cantare a squarciagola con le corna al cielo.  In questo senso spiccano in particolare l’opener “The Descending”, “Greenhouse” e “No Difference” (malgrado il curioso intro). 

Finito l’entusiasmo iniziale l’opera alla lunga pecca un po’ di ripetitività, l’unico pezzo in cui i nostri osano un po’ di più con alcune scelte più moderne è “War Dance”: il risultato è un gradino sopra il resto dell’album, una canzone che vi si stamperà in testa già dal primo ascolto.

Quindi alla fine senza grandi innovazioni gli EVILDEAD portano avanti un discorso interrotto 30 anni fa, lo fanno nel migliore dei modi con tutti i crismi del genere e senza tentare azzardi.

Etichetta: Steamhammer / SPV

Anno: 2020

Tracklist: 01.The Descending 02.Word Of God 03.Napoleon Complex 04.Greenhouse 05.Without A Cause 06.No Difference 07.Blasphemy Divine 08.A.O.P. / War Dance 09.Seed Of Doubt

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