Diorama – Recensione: Even The Devil Doesn’t Care

Un album “notturno”, un termine sufficiente a catturare l’essenza completa di “Even The Devil Doesn’t Care”, ottavo studio album dei tedeschi Diorama. Il combo guidato da Torben Wendt torna con un’opera essenziale nella sua struttura ma capace di fare leva sulle emozioni attraverso una serie di brani che non ribaltano il percorso stilistico posto saldamente in essere dai mitteleuropei, ma riescono nel difficile compito di creare delle sensazioni, al di là del mestiere e delle buone doti tecniche dei musicisti. Impresa non facile al giorno d’oggi, per cui, complimenti al gruppo per esservi riuscito. La prima cosa che balza all’occhio è la splendida e simbolica copertina dipinta dalla pittrice tedesca Katharina Schellenberger, che già pare raccogliere le metafore che compongono il panorama lirico fatto di turbamenti interiori caro ai nostri. L’opener “Maison Du Tigre” svela la natura del lavoro, fatto di toni dimessi ma eleganti, crepuscolari, poco propensi a quell’enfasi tipica della terra di Germania, eppure intriganti ed efficaci. Lo spettro sonoro è legato indissolubilmente al synth pop ma non mancano soluzioni prossime alla darkwave e poste a tributare un retaggio rock che non viene dimenticato. Prendiamo ad esempio un brano come “My Favourite Song”, che parte con una base elettronica dal flavour quasi etnico, per poi aggiungere chitarre leggermente distorte di derivazione post punk. Entra dopo la voce del protagonista, profonda e sofferta e tutto si riconduce a quel concetto di “crepuscolare” di cui parlavamo. Lo spazio per sperimentare non manca, ci sono alcuni brani club-oriented (ad esempio “The Scale”, scelta come singolo oppure “Hellogoodbye”) in cui vi è una vena maggiormente techno, altri in cui non mancano lievi concessioni a un pop ottantiano (“The Long Way Home From The Party”) ma la band da il meglio di sé quando a trionfare è l’introspezione. Ne abbiamo un rinnovato esempio in “When We Meet Again In Hell”, episodio che inizia con degli inaspettati ritmi gradevoli e quasi ruffiani, ma poi sfocia in un refrain altamente drammatico, ancora una volta caratterizzato dalla voce. Citiamo infine “My Justice For All”, un acquarello elegante e oscuro che ci conduce al finale di un album che forse non riesce a sorprendere in tutta la sua durata, ma piace grazie alla sua capacità di fare breccia nella sensibilità di chi ascolta.

Voto recensore
7
Etichetta: Accession / Audioglobe

Anno: 2013

Tracklist:

01.  Maison Du Tigre
02.  Hope
03.  The Scale
04.  My Favourite Song
05.  The Expatriate
06.  Summit
07.  Weiß Und Anthrazit
08.  When We Meet Again In Hell
09.  The Long Way Home From The Party
10.  Hellogoodbye
11.  My Justice For All
12.  Over


Sito Web: www.diorama-music.com

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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