Anathema – Recensione: Eternity

Uno spirito celeste intento a contemplare, fluttuando nello spazio siderale, l’eternità… Questo è il messaggio, neppure troppo arcano, riposto nella copertina e nel concept di questo masterpiece uscito nella metà dei nineties.

Produzione curata da Tony Platt, non proprio un habitué del genere, venuto a contatto infatti con gente del calibro di Ac/Dc, Uriah Heep; coordinate musicali precedenti praticamente scardinate; generale predisposizione alla quiete salubre ed all’eleganza estetica; impostazione vocale settata anch’essa essenzialmente sull’etereo.

Queste le premesse per ‘Eternity‘. Il gothic-doom forgiato sin dagli esordi dai fratelli Cavanagh si permea di svariati altri afflati, tra cui il gusto innato per la psichedelia ed un’enorme passione per il gruppo più influente della scena rock di tutti i tempi, i Pink Floyd, tributati in maniera indiretta e quindi allegoricamente ringraziati con il rifacimento dell’indelebile ‘Hope’, composta originariamente dalla coppia Roy Harper/David Gilmour.

Un darkeggiante romanticismo a tutto tondo implode nella tenue ‘Angelica‘ mentre una stemperata, ma sempre decisa aggressività si impossessa di ‘The Beloved‘ e del frammento iniziale della title-track. Laddove la prima è assistita da un hammond svolazzante e dal drumming incisivo di John Douglas, la seconda viene invece sorretta da un robusto rifferama e da taluni vocalizzi di Vincent Cavanagh che rasentano talvolta le antiche rudezze. Quest’ultime compaiono, estemporaneamente, anche in altri ritagli dell’opus come, ad esempio, in ‘Suicide Veil‘ che nel finale si trasforma in pratica in una componimento pastorale.

Rammentando la sublime Michelle Richfield che gorgheggia le parole “Destiny, Infinity, Eternity” nella seconda parte della title-track, il più recente passato viene recuperato con ‘Radiance‘ che ci conduce al momento più eccelso dell’album, la meravigliosa ‘Far Away‘, splendida intersezione tra Anathema e Pink Floyd, tramortita da un impetuoso chorus, soliste raggelanti ed un finale rossiniano da brivido…

Uno scossone tramortente ci viene dato nel finale della terza parte di ‘Eternity‘: accelerazione e voci rabbiose da non perdere per uno dei momenti più emozionanti dei totali cinquantotto minuti. Il commiato ci viene reso meno doloroso dalla rocciosa ‘Cries On The Wind‘ e dalla strumentale ‘Ascension‘ che metaforicamente ci suggerisce e rappresenta la scalata degli Anathema verso il settimo cielo dell’Empireo musicale, dimorato esclusivamente da rarissime entità.

La coppia compositrice Daniel Cavanagh e Duncan Patterson supera se stessa ed eccezionale è pure la prestazione del già citato vocalist, protagonista di un’interpretazione assolutamente inimmaginabile: ‘Eternity‘ rappresenta attualmente un raro e pregiato monile che, con lo scorrere del tempo, giungerà allo status di vero e proprio oggetto di culto…

Etichetta: Peaceville

Anno: 1996

Tracklist:

01. Sentient

02. Angelica

03. The Beloved

04. Eternity (Part 1)

05. Eternity (Part 2)

06. Hope

07. Suicide Veil

08. Radiance

09. Far Away

10. Eternity (Part 3)

11. Cries On The Wind

12. Ascension


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