Eternal Champion – Recensione: Ravening Iron

Introdotti da una copertina piuttosto scadente, nonostante la firma del noto artista Ken Kelly (Manowar, Kiss), gli Eternal Champion tornano a farsi sentire dopo il grande successo ottenuto con il debut album “The Armor Of Ire”, considerato da molti una vera e propria pietra miliare del metal contemporaneo. Un entusiasmo giustificato dal fervore barbarico e dalle atmosfere epiche che la band era riuscita a trasmettere, ma che forse si rivela un poco esagerato quando si tratta di fare improbabili paragoni con i grandi classici del passato; trent’anni o quasi non sono trascorsi inutilmente e per quanto bravi gli Eternal Champion non raggiungono la grandezza dei vari Manowar, Cirith Ungol o Manilla Road. Detto ciò, con questo “Ravening Iron” il gruppo mette comunque in luce una bella crescita artistica, maturando un songwriting ricercato e ricco di sfumature che conferma una vena creativa sopra la media e una adesione ai dettami del genere che non è però mai plagio di idee altrui.

L’album è abbastanza breve per quelli che sono gli standard odierni, ma nei trentasette minuti che lo compongono non ci sono parti inutili o evidenti riempitivi, e solo questo basterebbe per far meritare agli Eternal Champion un sincero applauso. Molto meglio concentrarsi sulla qualità, piuttosto che sfornare lavori lunghissimi e poco coinvolgenti. E davvero il riffing corposo e la ritmica essenziale di brani come “A Face In The Glare” o “Skullseeker” sono efficacissimi nel rievocare il sacro fuoco dell’epic più tradizionale, aggiungendo quella punta di melodia e qualche bella variazione, in grado di diversificare e personalizzare la proposta. “Ravening Iron” ci propone una linea melodica accattivante, con tanto di ritornello orecchiabile che colpisce nel segno. Veramente toste sono poi “War At The Edge Of The End” e “Worms Of The Earth”, con la prima un pizzico madeniana nella sua incessante galoppata ritmica e la seconda durissima nel riffing e caratterizzata da una spinta ritmica più sostenuta della norma per la band. Brani invece come “Coward’s Keep” o “Banners Of Arhai” rappresentano ottimamente il volto meno immediato e più ragionato del loro songwriting, giocando abilmente sull’atmosfera evocativa e l’intreccio dei riff.

Una cavalcata a tratti anche esaltante, non priva però di qualche piccolo inciampo. Un punto sicuramente controverso è infatti riscontrabile nella voce nasale e monotona del cantante Jason Tarpey, a cui va riconosciuto uno stile declamatorio del tutto particolare e l’abilità di scrivere liriche eccellenti, ma che fatica a trovare una chiave interpretativa diversa, anche quando questa sarebbe utile a far risaltare la melodia delle canzoni. Forse diretta conseguenza di ciò è anche che in alcuni frangenti, nonostante la buona produzione e una base ritmica roboante, i brani sembrano un pizzico carenti di aggressività, privilegiando un lato narrativo ricco di atmosfera, ma dall’impatto diminuito rispetto a quello che il genere è stato solito regalare al suo meglio. Piccolezze forse, visto che nel complesso la band può vantare certamente parecchie buone frecce al proprio arco e chi ha davvero amato il primo disco avrà modo con questo secondo album di ritrovare altrettanti motivi per esaltarsi.

Etichetta: No Remorse Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. A Face in the Glare 02. Ravening Iron 03. Skullseeker 04. War at the Edge of the End 05. Coward's Keep 06. Worms of the Earth 07. The Godblade 08. Banners of Arhai

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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