Equilibrium – Recensione: Renegades

Sembra passata un’era geologica da quando il folk metal esplose in ambito mainstream fra le nuove generazioni di ascoltatori. Genere prevalentemente recente (con qualche idea gettata dagli Skylark, dai Moonspell e dai Cruachan negli anni 90, più i contributi di qualche progetto black metal europeo), cominciò a farsi conoscere grazie ai Finntroll, seguiti poi da Korpiklaani, Moonsorrow, Ensiferum e da tanti altri che non includeremo per non parlare d’altro. Nella metà degli anni 2000, Equilibrium, Eluveitie e Suidakra erano fra i gruppi di punta del genere, e i primi due ottennero anche un contratto con l’Eden del genere, l’etichetta Nuclear Blast, e la loro popolarità continuò anche quando il genere divenne a tutt’uno con il resto della comunità negli anni seguenti. Erano anni di leggendarie scorribande in palchi all’aperto, di bevute di birra di gruppo colossali, di manifestazioni in costume con spade di legno e scudi di plastica e di musica che accomunava lo spirito di fratellanza di tanti metallari nordici… o almeno questa è l’immagine che il mercato musicale ne volle dare.

Molti di questi gruppi finirono per smarrire la propria strada, diventare marionette nelle mani dello spietato business industriale o semplicemente peccarono di eccesso di ambizione: tre peccati di cui i tedeschi Equilibrium si macchiarono. Nei primi due album, si resero noti per la loro capacità di tirare fuori un thrash/power metal ortodosso e derivativo dei ben più famosi Helloween/Gamma Ray, aggiungendo qualche tendenza folcloristica di serie B con melodie di tastiere ora allegre, ora talmente drammatiche e cinematiche da far rabbrividire perfino James Cameron e i Queen. “Turis Fratyr” e “Sagas” erano due mattoni dalla durata di un’ora ed oltre, ma allora il gruppo era capace di mischiare i mood rendendo le canzoni bizzarre, strane, imprevedibili o irresistibili (ricordate il video di “Blut im Auge”?). Già da subito, però, fu evidente che la formazione non era forte, e solo nel 2010 cancellarono un’esibizione dal vivo per la defezione del cantante e del batterista. Da allora, varie persone si sono avvicendate avanti e indietro, lasciando il solo chitarrista René Berthiaume ad amministrare un gruppo ormai ingestibile. Gli effetti nefasti si fecero sentire nei loro album seguenti: da “Rekreatur” in poi fu evidente che la farsa aveva soppiantato la loro personalità e le idee (ormai diventate un continuo skectch comico ripetuto allo sfinimento) cominciavano a latitare, culminando con le due ultime orribili pubblicazioni. Una discesa continua da cui non sembravano saperne uscire fuori.

Come è andata questa volta, vi chiederete? Beh, “Renegades” è sicuramente meglio degli ultimi due, ma ci sono parecchie cose da dire e da rivedere a riguardo. La title track si preannuncia come una possibile hit radiofonica con fraseggi pesanti e tecnici, ma comunque abbastanza semplici, “Tornado” basa il suo potenziale su un ritornello a voce pulita (questo album ne avrà quasi uno per ogni canzone, per cui preparatevi per l’occasione), mentre “Himmel und Feuer” è un brano pop molto rumoroso che include la presenza di due membri dei The Butcher Sisters (gruppo rap/metalcore tedesco) che sfoderano due performance in rapping, di cui la prima in growl, ma gli arrangiamenti soffocanti del brano penalizzano la sua cantabilità e lo rendono confuso, quasi fatto apposta. “Moonlight” sembra una pallida outtake dei Soilwork con tastiere superflue di cui si salva solo la coda, e anche in “Kawakaari” l’unica cosa interessante sono i fraseggi di scala pentatonica che lo compongono e che si ripetono nelle strofe, ma che non funzionano, a causa della struttura urgente del brano e della cattiva produzione. Escludendo una bizzarra cover dei The Hooters che è disponibile solo nell’edizione in formato fisico, “Final Tear” sembra quasi scuotere le fondamenta dell’intero album, a causa dei propri riff abbastanza vicini al death/black in stile recenti The Crown, “Hype Train” è un pezzo dance con ritmi in controtempo e la presenza di un contralto femminile che è assolutamente troppo poco per essere giudicato: la traccia finale, “Rise of the Phoenix“, è un cliché già dal proprio titolo, iniziando con un drammatico climax con tastiere e chitarre in La maggiore, proseguendo per blast-beat sparati in pieno rigore black metal contemporaneo e più di una coincidenza stilistica con i loro “colleghi” Finsterforst, specialmente per la sua struttura.

Occasione mancata anche questa volta per gli Equilibrium di fare un album serio, ragionato e ai livelli dei primi due, anche se questa volta sono stati messi in difficoltà da alcune cose: 1) Una produzione orribile e pesantemente sbilanciata a favore degli effetti di riverbero che butta nel caos tutta la strumentazione e penalizza pesantemente le canzoni più melodiche e tendenti al pop; 2) La scelta di potenziare il lato post-grunge in stile Evanescence/Lacuna Coil, il che non aiuta granché la loro proposta, già poco longeva, facendo perdere molta personalità; 3) La ricerca di un’accessibilità talmente disperata da suonare inutile e disperata, a partire dalla scelta dei testi, ormai quasi totalmente in inglese invece che in tedesco. Come nei precedenti, qualcosa di piacevole si trova sempre, che si tratti di qualche breakdown tamarro simpatizzante per il metalcore moderno o qualche incastro di melodie piacevole: purtroppo i difetti sopra elencati, specialmente il primo, fanno propendere per un’insufficienza. Ormai non ha più senso buttarla su “queste sono le sonorità del presente”, che sono vecchie di almeno dieci anni, e se ci mettono anche scelte errate di ingegneria del suono c’è poco da scherzare. Triste vedere come un gruppo, un tempo spensierato e pacchiano, ma convincente, non riesca a liberarsi da una situazione di stallo che mortifica la creatività a favore di un muro del suono innaturale anche per loro. Speriamo solo non facciano la fine dei già citati Finsterforst!

Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2019

Tracklist: 01. Renegades - A Lost Generation 02. Tornado 03. Himmel und Feuer 04. Path of Destiny 05. Moonlight 06. Kawakaari - The Periphery of the Mind 07. Final Tear 08. Hype Train 09. Rise of the Phoenix

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