Enthroned – Recensione: Cold Black Suns

Il Belgio non è mai stato uno dei principali esportatori di musica metal, eppure gruppi come Agathocles, Aborted e Lugubrum non escono fuori tutti i giorni. I soggetti in questione, Enthroned, sono attivi dal lontano 1993 senza mai essere scesi alla ribalta. Hanno sempre avuto tutte le carte in regola per gareggiare con altri esponenti norvegesi, svedesi e ucraini, ma non sempre il destino favorisce i grandi. Nel corso della loro carriera, il gruppo cambiò stilistiche mano a mano che il tempo passava, partendo da un Black Metal  in perfetto stile Marduk e Mayhem incorporando maggiori influenze da altri generi (death e thrash) finendo con l’usare tecniche di produzione e di registrazione tipiche dei Behemoth e del post-black con gli ultimi album, incluso questo.

Cold Black Sun” è un album pieno, potente, preciso e anche vario. Si passa dalle lunghe escursioni in territorio doom nelle tracce più lunghe (“Silent Redemption”, “Oneiros”, non a caso i momenti più coinvolgenti del disco) a dinamiche improvvise e alternate in altre più brevi (“Hosanna Satana” è un proiettile di calibro hardcore punk appena dopo la prima traccia, introduttiva come da tradizione del gruppo), a volte entrambi i casi (“Vapula Omega”) . La produzione, ariosa e piena d’effetti, non è proprio l’ideale per un gruppo del genere, e ha il difetto di renderli drammaticamente simili agli ultimi album dei Behemoth, anche a causa dell’accordatura in Do# che debutta proprio qui. “Aghoria” è un perfetto esempio di minimalismo puro, essendo basata solo su groove batteristici sui tom e su un power-chord in Re con bending e poco altro, mentre le due tracce conclusive, “Smoking Mirror” e “Son of Man” sono due quasi-epici che sintetizzano l’intero disco e tutti i suoi elementi in 16 minuti circa, inclusa una sezione ambient con solo tastiere e note di chitarra in eco.

Per tutta la loro carriera, gli Enthroned sono stati essenzialmente un gruppo precursore non solo del black metal, ma anche del metal stesso in Belgio (il quale, tuttora, non ha esattamente una scena molto fornita). A livello qualitativo, però, sono sempre stati più un gruppo che segue esempi iniziati da altri, piuttosto che forgiatori di un sound personale o di un capolavoro (“XES Haereticum” è quello che ci si avvicina di più). Siccome il gruppo esiste da ormai più di 25 anni, è bene considerarli e promuoverli, ma non aspettatevi qualcosa che verrà ricordato negli anni a venire.

Etichetta: Season of Mist

Anno: 2019

Tracklist: 01. Ophiusa 02. Hosanna Satana 03. Oneiros 04. Vapula Omega 05. Silent Redemption 06. Aghria 07. Beyond Humane Greed 08. Smoking Mirror 09. Son of Man

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Fabrizio

    Perché devi ricordare, ad ogni piè sospinto, che capisci di accordature per chitarra? Questo minuzia, inutile tra l’altro (chissene frega), la infili in ogni recensione. Abbiamo capito che suoni/suonavi, eccetera.
    Tra l’altro la scelta della redazione di abolire i voti mi pare controproducente. Faccio ancora più fatica a comprendere cosa pensate dei dischi in oggetto.

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