Umbah – Recensione: Enter the Dagobah Core

Il solo-project Umbah, animato dal chitarrista inglese Cal Scott, è uno strano ibrido fra metal estremo e suoni elettronici, un pò come se Strapping Young Lad, Cephalic Carnage, Marilyn Manson e gli Eiffel 65 fossero finiti nello stesso frullatore intergalattico.

Fortunatamente la componente death/grind è comunque quella preponderante, ed è svolta anche piuttosto bene. Non c’è per altro da stupirsi, visto che gli Umbah sono in giro dal 1990, e hanno totalizzato già ben tredici uscite. A dispetto della sua lunga militanza underground, “Enter the Dagobah Core” sarà solo il secondo album degli Umbah ad avere una promozione e una distribuzione ad ampio raggio (dopo “Trilobeth”, 2010), in virtù del contratto siglato con la piccola ma intraprendente I, Voidhanger Records.

L’approccio di base del progetto, a causa della sua natura solista, è essenzialmente do-it-yourself, e vede Scott impegnato, oltre che con la sua fida BC Rich Warlock, con un sacco di effettistica e strumentazione elettronica (synth, drum-machine).

Già dalle prime note questo “Enter the Dagobah Core” mostra tutta la sua componente sci-fi, attraverso il continuo ricorso a filtri ed effetti che costruiscono un’atmosfera spaziale e aliena (cfr. il bell’artwork, opera di J.L. Phlegeton). Le diverse suggestioni prodotte da questo caleidoscopio sonoro sembrano quasi descrivere un commento musicale estremo alla guida intergalattica per autostoppisti di Douglas Adams, per il loro modo molto naìf di unire partiture violentissime e veri e propri freak-show sonori, a base di rumorismi ed effetti acustici analog.

Nelle tredici tracce di questa corposa tracklist c’è spazio un po’ per tutto, dalle granitiche bordate death di “Bolderok Naron”, “Dr. Geiger” e “Serokate Fornion” a brani mutevoli e imprevedibili come “Temple Bar” e “Hypnotic Implant”, per segnalare le tracce più convincenti.

Il songwriting di Cal Scott è a dir poco eterogeneo, inanellando senza sosta e senza problemi, strutture apparentemente inconciliabili fra loro, come chitarre iper-compresse e distorte e sample 8-bit, growl e voci melodiche. Anche a livello ritmico si assiste a una grande varietà, fra bpm alla velocità della luce e rallentamenti pachidermici.

C’è da segnalare anche la presenza di qualche filler (la title-track, “Cosmic Garland”, “Oberon Tales”), mascherato da composizione più atmosferica/ambient, o comunque imitante soluzione già sfruttate in corso d’opera, caratteristica che abbassa il livello di adrenalina e rallenta eccessivamente l’ascolto di un disco che altrimenti scorrerebbe davvero molto bene. A parte questa piccola sbavatura, che sarebbe per altro stata facilmente rimediabile, con una cernita più rigorosa e sintetica dei brani da presentare, il nuovo disco degli Umbah è un ascolto monto interessante e altamente competitivo.

Davvero assurdo come un musicista dalle qualità così palesi e consistenti, sia riuscito solamente in tempi recenti, dopo più di una decina d’uscite in altrettanti anni, a ottenere una qualche forma di ufficialità e disponibilità. Ma, come si suol dire, meglio tardi che mai!

Voto recensore
7
Etichetta: I, Voidhanger Records

Anno: 2012

Tracklist:
1. Whispers of a Dying Sun, I 03:07
2. Bolderok Naron 03:23
3. Temple Bar 03:35
4. Dr. Geiger 06:09
5. Enter the Dagobah Core 04:02
6. Hypnotic Implant 03:34
7. Cosmic Garland 03:13
8. Mad Zu Chong 05:59
9. Oberon Tales 04:43
10. Rackborn Skin Expulsion 04:20
11. Serokate Fornion 04:26
12. Zombinods 04:26
13. Whispers of a Dying Sun, II 02:47

Sito Web: http://www.umbah.co.uk/

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