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Enslaved – Recensione: E

Nuclear Blast licenzia “E”, quattordicesimo album in studio degli Enslaved e nuovo tassello di un percorso discografico privo di cedimenti. “E” deriva dalla lettera dell’alfabeto latino e dal suo corrispettivo runico Ehwaz, che a sua volta sta ad indicare il cavallo e il suo significato simbolico di fiducia e cooperazione. E’ proprio la simbiosi il tema centrale del nuovo album, oltre alle svariate forme di collaborazione necessarie all’esistenza che da questa derivano.

Ivar Bjørnson e Grutle Kjellson tornano con il naturale seguito di “In Times”, un disco che se da un lato non reinventa l’ormai consolidato trademark degli Enslaved, dall’altro ne ribadisce il senso estetico superiore, grazie a composizioni che cercano il bello senza perdersi in costrutti inutilmente complessi pur ricchi di elementi e repentini cambi di intenzione. L’ibrido tra progressive metal e viking si manifesta nel coraggioso (quasi undici minuti di durata) singolo “Storm Son”, che ci parla del dualismo tra uomo e natura giocando su di un incipit bucolico che poi sfocia in un progressive metal fisico in cui sono continui i riferimenti al black e subito appare importante l’utilizzo dei cori che aumenta la natura epica e l’impatto emozionale dei pezzi.

I retaggi black non sono minimamente dimenticati, “The River’s Mouth” mostra che se la band intende picchiare duro, riesce a farlo molto bene, con l’estro della chitarra di Arve “Ice Dale” Isdal in primo piano, mentre la successiva e ottima “Sacred Horse” svela la bontà della scelta di aver introdotto nella band il tastierista/cantante Håkon Vinje, che ci offre preziosi intarsi di hammond che accompagnano i duelli delle chitarre verso un finale drammatico dove trionfano i cori.

“Axis Of The Worlds” è invece il pezzo più crimsoniano, addirittura un poco solare nel costrutto melodico arioso e piacevole con numerosi riferimenti al rock psichedelico degli anni ’70. I cori monastici e i fiati impreziosiscono “Feathers Of Eolh”, una delle canzoni dove compaiono gli ospiti dell’album. Qui spiccano il flauto di Daniel Mage e la voce di Einar Selvik (mente dei Wardruna e già partner di Ivar negli Skuggsjà), che provvede a tonaità pulite profonde all’interno di uno dei brani in cui più si avverte la vena prog metal, sebbene la tecnica sia costantemente al servizio della musica.

“Hiindsiight” chiude con le incursioni del sax di Kjetil Møster; un brano garbato guidato da una linea melodica accattivante e di presa. Termina così “E”, nuova conferma del valore dei norvegesi, saldamente alla testa della cordata dei promotori della musica estrema evoluta. Nulla si inventa, tutto si trasforma (nel migliore dei modi).

Voto recensore
8
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2017

Tracklist: 01. Storm Son 02. The River’s Mouth 03. Sacred Horse 04. Axis Of The Worlds 05. Feathers Of Eolh 06. Hiindsiight 07. Djupet (bonus track) 08. What Else Is There? (RÖYKSOPP cover; bonus track)
Sito Web: http://enslaved.no/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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