Megadeth – Recensione: Endgame

“This Day We Fight”, con il titolo del secondo brano di “Endgame” si potrebbe riassumere lo stato attuale dei Megadeth. A lungo si è commentato su gli aggiornamenti che MegaDave rilasciava via web e come al solito il pubblico si è diviso in due fazioni, a prescindere, senza neppure aver ascoltato qualcosa. Ora “Endgame” è finalmente disponibile e spazza via senza fatica qualsiasi polemica, qualsiasi perplessità e, speriamo, qualsiasi ritrosia verso la musica dei Megadeth (attuali si intende). Per sviscerare a fondo un album del genere ci vorrebbe un track by track ma pochi andrebbero oltre la descrizione del terzo-quarto brano. “Endgame” è un album da prendere nel complesso, chi si aspettava un ritorno alle melodie avvolgenti ed epiche del periodo “Countdown”-“Youthanasia”, o comunque un ritorno agli anni ’80, si ritroverà di fronte ad una chimera irriconoscibile. I Megadeth del 2009 non sono tornati alle origini e tanto meno sono tornati a scrivere un “Rust In Peace” parte 2; questi Megadeth sono semplicemente il risultato e la somma di una carriera lunga e variopinta, ma soprattutto il traguardo di un evoluzione iniziata con il ritorno di “The System Has Failed”, continuata in “United Abominations” e sublimata su questo nuovo album. Basterebbe l’intro strumentale “Dialectic Chaos” per capire che siamo di fronte al migliore album almeno del 2009, seguita da “This Day we Fight”, un muro sonoro impenetrabile ma incredibilmente pulito. I brani si susseguono senza pause muovendosi spesso su tempi medi, lasciando da parte i ritornelli catchy ma comunque con un occhio di riguardo alla melodia, ma soprattutto lasciando libero sfogo alla coppia di chitarre Mustaine-Broderick che già nell’ultima calata italica aveva dimostrato di possedere un alchimia senza precedenti. Se vogliamo fare per forza qualche paragone, sicuramente alcuni riferimenti a “Countdown to Extinction” ci sono ad esempio in “Bodies Left Behind” ma sono momenti che vanno e vengono. Da citare la più anomala “The Hardest Part…”, inizialmente ballad poi cavalcata al limite del power (americano) con una forza ed un pathos irraggiungibili da altri. La band nel complesso lavora alla perfezione, niente è fuori posto, la produzione è perfetta, non c’è veramente niente che non vada. Si potrebbero scrivere pagine su “Endgame” ma piuttosto che perdere tempo qui è meglio se l’album ve lo andate a comprare di filata. Inutile parlare di thrash, metal o non metal, true o non true, gli anni 80 erano migliori, discorsi da bar che hanno poco senso d’esistere. L’evoluzione dei Megadeth non lascia scampo e crea un altro gioiello che quest’anno non avrà rivali, segno che per essere i numeri uno non si deve ritornare sui propri passi, ma guardare avanti e stupire ancora una volta.

Tommaso Dainese

Voto: 8,5

E’ davvero sorprendente la facilità con cui Mr. Mustaine sforni album eccellenti a breve distanza uno dall’altro. Sempre in linea col Megadeth style (ormai suo marchio di fabbrica da più di 20 anni), ma anche con una particolare attenzione verso suoni e arrangiamenti, che risultano di continuo moderni ed efficaci. Certo la band a supporto è di prim’ordine: Shawn Drover dietro le pelli, James Lomenzo al basso e la nuova aggiunta Chris Broderick, un mostro della sei corde, alla chitarra solista. Il prodotto è di qualità, e si nota fin dall’intro strumentale ‘Dialectic Chaos’, dove la band fa sfoggio di perizia tecnica superiore grazie ad un botta e risposta chitarristico parecchio ispirato. La coda dell’intro ci porta, poi, già nel vivo del disco, ‘This Day We Fight!’ è subito una colata di metallo incandescente, velocissima ed incazzatissima. Peculiarità del brano sono i tipici soli “a pioggia”, a cui MegaDave ci aveva già abituato fin da ‘Rust in Peace’. Si prosegue con ’44 Minutes’ e ‘1,320’. La prima è un mid-tempo che poco ha da invidiare a qualsiasi brano di ‘Countdown To Extinction’, con una forte dose di polemica nel testo ed un tappeto ritmico cadenzato e sincopato che fa da contorno ad un chitarrismo sfrenato, ma mai prolisso. La seconda, invece, parte subito pigiando sull’acceletore, forte di un riff uscito direttamente dagli anni ’80, parecchio accattivante e spietato che confluisce in un assolo finale da cardiopalma. Con ‘Bite The Hand’, si ritorna per un attimo ad atmosfere un po’ più rilassate, ma con i Megadeth, si sa, questo accade per poco. Il brano alterna sapientemente momenti più ritmati a cavalcate selvagge che trascinano l’ascoltatore in una spirale dalla quale si viene immediatamente rapiti. ‘Bodies’ è un’ottima canzone da metà disco, non è assolutamente un riempitivo, e rappresenta un attimo (ma giusto un attimo) di tregua dalla ferocia musicale che fin’ora la band aveva esibito. Lo dimostra anche il solo, meditativo e melodico. Dopodiché arriva la title-track, cadenzata e malvagia, piena di stop e ripartenze; break chitarristici e virtuosismi mai fuori posto fanno da cornice ad un testo impegnato e critico, quasi un arringa che Dave sputa fuori con eccezionale convinzione. ‘The Hardest Part Of Letting Go… Sealed With A Kiss’, invece, è il brano più atipico dell’album. Si inizia con un intreccio di chitarre arpeggiate molto dolce, al quale si contrappone la voce colma di amarezza, che parla di amori persi e mai più ritrovati. Stupisce anche l’uso di tastiere, sia nell’intro, che nel successivo sviluppo, orientato verso sonorità più consone. Il singolo che già da luglio anticipava l’uscita del disco, chiamato ‘Head Crusher’, è un’altra bordata sonora lanciatissima, che unisce ritmiche martellanti ad un ritornello orecchiabile e a riff un po’ più consoni. Paradossalmente, questa song è proprio la meno interessante dell’intero album. L’accoppiata ‘How The Story Ends’ e ‘The Right To Go Insane’, infine, ci conduce al termine di questa tredicesima fatica discografica targata Megadeth. Entrambi i brani sono meno veloci rispetto agli altri qui contenuti, ma non pensate che il gruppo avesse esaurito le cose da dire e le soluzioni musicali! Infatti, anche se le canzoni seguono lo stile compositivo di Mr. Mustaine, ci sono piccole sperimentazioni al loro interno, che le impreziosiscono e danno valore aggiunto all’intero prodotto. E’ come se il buon Dave, a 48 anni, voglia dimostrare al mondo di essere ancora vivo e di saper fare ancora buona musica. Forse è proprio questo approccio che ci porta a considerare i Megadeth come gruppo vero, non artefatto o studiato a tavolino. In queste note c’ è ancora rabbia per un mondo che non vuole cambiare, c’ è ancora amarezza. Tutti i sentimenti che quest’album comunica sono veri, e si sente. Ed è proprio per questo che i Megadeth funzionano ancora alla grande.

Jojo

Voto: 8

Etichetta: Roadrunner / Warner

Anno: 2009

Tracklist:

01. Dialectic Chaos

02. This Day We Fight!

03. 44 Minutes

04. 1,320

05. Bite The Hand That Feeds

06. Bodies Left Behind

07. Endgame

08. The Hardest Part of Letting Go….Sealed With a Kiss

09. Headcrusher

10. How the Story Ends

11. The Right To Go Insane


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  1. andrea

    perfettamento d’accordo bravi!

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