Empty – Recensione: Vacìo

Osmose Productions licenzia “Vacìo”, quinto album in studio dei black metallers iberici Empty. Difficile associare un tale genere musicale ad una terra soleggiata e calda come la Spagna, per di più nelle vesti depressive che il gruppo propone con coerenza da ben ventitrè anni. Gli Empty sono infatti attivi dal 1995 e nel corso del tempo si sono saputi distinguere nell’underground locale grazie ad una proposta certo non nuova in senso assoluto, ma personale e forte di una incrollabile attitudine.
“Vacìo” non sarà per nulla un ascolto facile. La band non lascia passare nemmeno uno spiraglio di luce in quel manto oscuro e annichilente che ricorda da vicino acts altrettanto di culto come i mai troppo compianti Xasthur, gli Striborg, i primi Shining, addirittura gli austriaci Abigor in alcune inflessioni industriali che attraversano il disco. Ne è subito prova “The Yellow Rain”, una intro  ambient che propone una melodia intensa e misteriosa, incrociata a vocalizzi distanti.
La registrazione volutamente lo-fi mette a dura prova sulle prime, ma è palese come la band la utilizzi di propria volontà per preservare quel feeling old-school tipico del black metal d’antan. I ritmi violentissimi e ricorsivi di “Empty” potrebbero infastidire, ma ecco che il pezzo si apre presto a incursioni melodiche con lacrimevoli passaggi di tastiera, arpeggi e voci sussurrate. La formula si ripete in “The Rope Of The Mill”, dove i vocalizzi diventano ancora più disarticolati e ossessivi, altrettanto i synth, mentre si evince una tecnica esecutiva di alto livello, mascherata dai suoni sporchi e riverberati.
Il meglio arriva però nella seconda parte dell’album, in cui il gruppo non tiene più a bada il proprio istinto e lascia che tutto confluisca in modo libero, addirittura anarchico. Ecco duinque che un pezzo disperato ma dalla forte vena sardonica come “We All Taste The Same For The Worms” ospita effetti sonori industriali e voci spiritiche letteralmente disturbanti. E a questo punto non stupiamoci se “The Pilgrim Of Desolation” rilegge a modo suo i Pink Floyd e si trasforma in un brano di black psichedelico. Almeno nella sua prima metà, diventa un vero assalto sonoro che guarda di nuovo al gelo della tradizione.
La lunga suite “Filandom Under The Sign Of Misfortune” ribadisce questo compromesso tra la cacofonia e melodie struggenti, un risultato quasi “intrigante”, per quanto un simile termine possa trovare continuità in questo genere . Ciò che conta è come gli Empty si siano nuovamente distinti con un album caratteristico e di valore. Band e disco certamente da scoprire, non soltanto per i seguaci della scena sotterranea.
Voto recensore
7,5
Etichetta: Osmose Productions

Anno: 2018

Tracklist: 01. The Yellow Rain 02. Empty 03. The Rope At The Mill 04. We All Taste The Same For The Worms 05. The Night Remains For Who Is 06. The Pilgrim Of Desolation 07. Filandom Under The Sign Of Misfortune 08. Deathlorn
Sito Web: https://www.facebook.com/Emptydespair/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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