Einherjer – Recensione: Norrøne Spor

Piccolo/grande culto vichingo nato un quarto di secolo fa (1993) ad Haugesund, Norvegia, che torna dopo quasi 4 anni dall’ultimo disco da studio “Av Oss, For Oss” e dall’album per celebrare i 20 anni di “Dragons Of The North”.

Il disco inizia subito a macinare durissimo con l’opener “The Spirit OF A Thousand Years”, canzone tesa ed aggressiva ben sostenute dalla voce aggressiva di Frode Glesnes. Una buona canzone con una certa attitudine Satyricon (soprattutto nelle chitarre) del periodo “Black Lava”.

Non spiazzi “The Spirit…”, perché sin dalla successiva “Mine Våpen Mine Ord” l’attitudine vichinga di Glesnes, Storesund, Herløe e Sønstabø riemerge decisa. Una canzone che sceglie di giocare su tempi medi, puntando fortissimo sull’epico chorus e sul rotondo che la sostiene con forza.

Addirittura migliore “Fra Konge Te Narr”, che parte percussiva e procede come fosse il passo di un esercito in marcia verso una nuova battaglia. Bello e melodico il chorus, magari prevedibile nell’evoluzione melodica, ma di certo non abbassa il valore di una canzone che gioca molto sull’epica e sull’impatto emotivo. Della stessa pasta “Kill The Flame”, anche se i giri della band aumentano notevolmente. Meno epica – in senso stretto – ma in ogni caso positiva e decisa nel suo incedere.

“Mot Vest” e “Spre Vingene” proseguono su due strade diverse pur rimanendo entrambe epiche ed intense. La prima decisamente più ispirata nel suo incedere, tra chitarre e sezione ritmica a dare corpo alla voce di Frode Glesnes. La seconda invece gioca su accelerazioni e frenate, con queste ultime decisamente più ispirate almeno dal punto di vista chitarristico. Una canzone piuttosto slegata e poco efficace. Stranamente – per il sottoscritto – scelta per rappresentare il disco con un video.

“The Blood Song” riaggiusta il tiro con una canzone dai tratti epici, con una batteria che nella sua semplicità fa da colonna vertebrale alle evoluzioni delle chitarre.

Il disco marcia verso le battute finali ed aumenta l’irruenza con “Døden Tar Ingen Fangar” vero gioiello heavy metal. Lineare, assolutamente sì, ma con una forza tale da passare sopra a questo difetto. Subito dopo ecco il “contropiede”, con il mid-tempo “Tapt Uskyld” a coinvolgere l’ascoltatore. Chitarre in primo piano, melodie efficaci ed ottimo gusto melodico.

Siamo alla fine, arriva “Av Djupare Røtter” con le radici profonde (letterale, o quasi) della cultura norvegese ad emergere. Tamburi distanti ad emergere dalla nebbia che si alza dal mare per avvolgere i fiordi. Da quella nebbia emergono voci e guerrieri. Una canzone dall’intesa, dove la melodia recita una parte fondamentale nell’economia della canzone migliore dell’album. Chiude tutto “Deaf Forever”, carina e perfetta per i live. Niente di più.

Un disco di genere davvero positivo, per una band che trattava questi argomenti e questa mitologia prima che diventasse moda e fastidiosa routine. Convincenti.

Voto recensore
7
Etichetta: Indie Recordings

Anno: 2018

Tracklist: 01. The Spirit OF A Thousand Years 02. Mine Våpen Mine Ord 03. Fra Konge Te Narr 04. Kill The Flame 05. Mot Vest 06. Spre Vingene 07. The Blood Song 08. Døden Tar Ingen Fangar 09. Tapt Uskyld 10. Av Djupare Røtter
Sito Web: https://www.facebook.com/einherjerofficial

Saverio Spadavecchia

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Capellone pentito (dicono tutti così) e giornalista in perenne bilico tra bilanci dissestati, musicisti megalomani e ruck da pulire con una certa urgenza. Nei ritagli di tempo “untore” black-metal @ Radio Sverso. Fanatico del 3-4-3 e vincitore di 27 Champions League con la Maceratese, Dovahkiin certificato e temibile pirata insieme a Guybrush Threepwood. Lode e gloria all’Ipnorospo.

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