Edge Of Paradise – Recensione: The Unknown

Già noti alle cronache di metallus.it, gli Edge Of Paradise vengono da Los Angeles, dove si sono formati ormai dieci anni fa. Nel corso della loro carriera, i quattro americani hanno sempre riservato una grande attenzione alla scelta dei produttori ai quali affidarsi: se infatti si esclude il debutto indipendente del 2012 (“Mask”), i lavori successivi hanno potuto contare sul contributo di Michael Wagener (Dokken, Accept, Skid Row), Chuck Johnson (Korn, Slipknot), Howard Benson (Halestorm, Seether, Black Stone Cherry) e Jacob Hansen (Amaranthe, Volbeat, Pretty Maids). Quello che all’apparenza potrebbe sembrare come uno sterile – e noioso – elenco di nomi altisonanti si rivelerà in realtà come uno dei tratti in grado di definire le scelte compositive ed estetiche alla base del quarto lavoro in studio, intitolato per l’occasione “The Unknown”. Alla seconda uscita per Frontiers, gli Edge Of Paradise propongono infatti un bel rock/metal, compatto e cadenzato, modernista nei suoni ed impreziosito dagli interventi elettronici delle tastiere. Si tratta di un disco musicalmente ricco ma al tempo stesso straordinariamente ordinato e piacevole all’ascolto, nel quale l’attenzione riservata alla produzione ed all’assemblaggio del materiale si rivela veloce ed in tutta la sua portata: le diverse sonorità che lo compongono tendono infatti a succedersi, piuttosto che intrecciarsi (“Digital Paradise”), mantenendo il tutto intellegibile e facile da assimilare.

Dalle ballad più intense (“The Unknown”) alle ritmiche di chitarra più incalzanti (“False Idols”), il lavoro della band americana possiede davvero la capacità di mettere ogni cosa al suo posto, risultato favorito anche da una produzione solida e da suoni cristallini. Matematico senza risultare freddo, minimal senza precludersi il gusto sinfonico delle orchestrazioni più cinematografiche, “The Unknown” è un disco nel quale la capacità di sintesi assume una dimensione godibile, sbarazzina e riposante. La mano del produttore di turno si sente tutta, abile nel trasformare il suono da elemento di contorno a cardine attorno al quale – come anticipato – ruotano tutte le scelte all’interno di queste undici tracce. Mai una sbavatura, mai una disparità, mai un elemento che possa potenzialmente compromettere la perfezione estetica di ciascun brano: quello che avrebbe potuto costituire un limite ottuso e mortificante si rivela invece un motivo di valorizzazione ulteriore quando la sostanza c’è e gli artisti sono in grado di tirarla fuori con una immediatezza che ne contrasta le geometrie. Il cantato di Margarita Monet ha ad esempio quella ruvidità acerba e femminile che intriga, meno arrabbiata di Sandra Nasic dei Guano Apes, meno sexy di Shirley Manson dei Garbage e più vicina alla rabbia teen di Crystal Ignite degli australiani Bellusira di Dance With Me. Una presenza scenica di carattere ma non invasiva, quella di Margarita, perfetta per privilegiare l’orizzonte esteso (“You Touch You Die”) ed il quadro variopinto che gli Edge Of Paradise sono in grado di costruire con una lunga sequenza di suoni, effetti ed arrangiamenti lineari quanto si vuole, ma raramente banali (“Tidal Wave”).

La materia utilizzata dal quartetto statunitense è intelligente e duttile, e come tale ben si presta a preparazioni e rivisitazioni diverse: l’industrial remix di “My Method Your Madness” non suona meno legittimo, né originale, della versione originale, quasi a dimostrare che i brani degli Edge Of Paradise possiedono una qualità intrinseca in grado di emergere, fluida, qualsiasi sia il remix applicato. La loro è una semplicità autentica e stranamente interessante, una linearità nobilitata che non annoia, una musica che si insinua con fare pericolosamente ipnotico e sottile (“Leaving Earth”), al punto che alcuni episodi avrebbero forse potuto riservare ulteriori sorprese se proposti in una lunghezza più ambiziosa. Questo metal suona così etereo e ben amalgamato che davvero non si sente il bisogno di una primadonna, né di un elemento di spicco che potrebbe compromettere la precisione formale, la vellutata consistenza d’impianto: “The Unknown” si fa al contrario portatore di una delle superficialità più piacevoli e consapevoli che sia capitato di ascoltare negli ultimi tempi e, apprezzandone gli incastri funzionali e la natura onesta, credo che si possa tranquillamente ascoltarlo e riascoltarlo traendone una qualche forma di minimale, delicato ed innocente piacere.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Digital Paradise 02. My Method Your Madness 03. Tidal Wave 04. The Unknown 05. Believe 06. False Idols 07. You Touch You Die 08. One Last Time 09. Leaving Earth 10. Bound To The Rhythm 11. My Method Your Madness (Industrial Remix) Bonus Track
Sito Web: edgeofparadiseband.com

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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