Eclipse – Recensione: Wired

Per un gruppo attivo da oltre vent’anni, il testo di presentazione dell’ultimo album degli svedesi Eclipse è sorprendentemente scarno e coinciso: la presenza di appena un paio di paragrafetti per ricordare il successo del predecessore “Paradigm” ed i tour negli Stati Uniti, Giappone, Europa ed Australia sembra lì a dire che, per introdurre all’ascolto di “Wired”, non servono poi tante parole. E questo, lo si impara con un pochino di esperienza, è un buonissimo segno: non perdete tempo con le introduzioni, sembra (non) dirci Frontiers, perché oggi il bello arriva – in tutta la sua energica e scandinava consistenza – con la semplice pressione del tasto play. Pur senza proporre nulla di particolarmente innovativo, gli svedesi centrano con questo nuovo disco in studio l’obiettivo di un rock nel quale melodia, fluidità e alcuni elementi più hard (riffing di chitarra agile e drumming pesante su tutti) trovano una sintesi davvero brillante. Giocando su questi tre elementi, ed introducendo piccole digressioni senza mai dimenticare la centralità di un buon ritornello (“Roses On Your Grave”), gli Eclipse regalano quaranta minuti di divertimento intelligente e diretto, denso ed a tratti davvero scoppiettante (“Dying Breed”), efficace tanto nel mettere alla prova il nostro stereo a cassette – perché “Wired” sarà curiosamente disponibile anche in questo formato – quanto nel prestarsi ad un canto liberatorio al primo concerto possibile (“We Didn’t Come To Lose”). Ma andiamo con ordine.

Nei momenti più orientati all’arena rock (“Saturday Night”) i richiami più evidenti sono a Bon Jovi, The Poodles o Wig Wam, anche se qui i suoni sono più pesanti, le costruzioni decisamente più dense e l’incedere praticamente, gioiosamente inarrestabile. “Bite The Bullet” è forse il brano che meglio sintetizza l’impronta stilistica degli Eclipse nel 2021: riffing ultrapesante, ritornello irresistibile, pause nordiche alle D:A:D e pure un coro gotico in sottofondo coabitano tranquillamente in un insieme vivo e sorprendente, forse non del tutto fine ma nemmeno lontanamente pacchiano o kitsch. Servono misura e sensibilità per capire fino a dove è possibile spingersi, ed a questo punto della loro carriera questi quattro sembrano avere ben chiaro qual è il limite, portando regolarmente l’ascoltatore sul precipizio ma senza oltrepassare la misura di un ascolto appagante, e di un disco riuscito. Consapevole delle sue qualità, “Wired” suona tanto e forte: qualunque sia il brano scelto tra gli undici disponibili nell’edizione standard, puoi sempre sentire qualcosa che si muove strisciando in sottofondo, come un elemento instabile in attesa di regalare un prezioso momento di imprevedibilità. Il modo di reinventare la ruota scelto dalla formazione fronteggiata da Erik Mårtensson funziona perché, per quanto stilisticamente poco sobrie, tutte le composizioni si ispirano ad una struttura solida e collaudata (“Run For Cover” ha anche un assolo vecchia maniera, che non guasta) e possiedono una spendibile universalità radiofonica (“Things We Love”, una perdonabile autocitazione di “The Downfall Of Eden” del 2017) che potrà accontentare un pubblico trasversale e dai gusti sempre più spesso sospesi.

In questo universo colorato, la calma indotta della ballad sembra più un prezzo da pagare necessario, che non una effettiva necessità: “Carved In Stone” è decentissima ma forse un poco pretenziosa, quasi a dare al disco un’aura introspettiva, felpata e romantica che in fondo non gli appartiene. Le cose vanno molto meglio con “Poison Inside My Heart”, più abile e femminile nel coniugare un testo altrettanto sentimentale con un’espressione questa volta ritmata, graffiante e potente. D’altronde, quando una band sceglie di concludere le danze con un episodio di malinconia sì ma pimpante come “Dead Inside”, significa che il ricordo offerto all’ascoltatore non sarà certamente quello di una cotonata romanticheria come tante altre, ma piuttosto una sferzata di energia che ci restituisce una realtà in forma, concentrata e convinta delle scelte intraprese. “Wired” dà il meglio di sè quando senti il divertimento dei musicisti e lo spazio concesso all’estro di ciascuno, quando la batteria di Philip Crusner sembra uscire dalle casse per venirti a prendere come ne Il Tagliaerbe (“Twilight”), quando arrendersi ai suoi cori sembra la scelta più naturale, spontanea e divertente. Con la pubblicazione del suo nuovo lavoro, la formazione svedese propone un prodotto accattivante, che si avvale di tutte le possibilità espressive dell’hard rock per coinvolgere, smuovere ed infondere energia a qualsiasi contesto nel quale verrà suonato e – prevedibilmente – risuonato. Un lavoro che dunque non ha bisogno di presentazioni, né di recensioni, per riprendersi il centro della scena e convincerci delle sue qualità.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Roses On Your Grave 02. Dying Breed 03. Saturday Night (Hallelujah) 04. Run For Cover 05. Carved In Stone 06. Twilight 07. Poison Inside My Heart 08. Bite The Bullet 09. We Didn't Come To Lose 10. Things We Love 11. Dead Inside
Sito Web: facebook.com/EclipseSweden

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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