Dwight Fry – Recensione: Heavy Metal La Storia Mai Raccontata Vol. 1 e Vol. 2: 1984-1986 e 1987-1990

Nel corso degli anni sono uscite in Italia varie pubblicazioni che dichiaravano un intento enciclopedico intorno alla nostra bella musica, ma, avendo anche collaborato alla stesura di una di esse, non esito a dire che nessuna ha mai centrato davvero il punto. Questo perché c’è una bella differenza tra buttare già una lista di band e dare invece al proprio lavoro una forma saggistica organizzata, che si ponga un obiettivo ben specifico e che riesca a centrare il bersaglio.

Questi primi due volumi che ci vengono presentati sotto l’ermetico pseudonimo di Dwight Fry sono invece, e senza alcun dubbio, quanto di più serio mai prodotto dalle nostre parti. Lo studio dietro è chiaramente stato molto, evitando quindi di andare a trattare solo le band che piacciono o di fare un semplice compendio disorganizzato di band più o meno conosciute, ma adottando l’approccio del ricercatore, che si premura prima di circoscrivere il campo della propria indagine, definendo dei criteri da soddisfare, e solo successivamente va ad inserire un giudizio critico da concretizzare in consigli e opinioni.

La cornice entro la quale si muove il nostro autore è già di per sé sufficientemente originale, visto che Mr. Fry si propone di seguire le sorti dell’heavy metal classico nei momenti successivi alla sua esplosione iniziale: i primissimi anni ottanta. Ecco svelato perché i due volumi fanno riferimento all’arco temporale tra il 1984 e il 1990 (84-86 Vol. 1, 87-90, Vol. 2), evitando di soffermarsi ulteriormente sopra quella nota vicenda chiamata NWOBHM, sulla quale effettivamente molto è stato già spiegato. Che il lavoro svolto sia eccellente si evince dal fatto che la premessa, ben spiegata nell’introduzione, venga rispettata con coerenza lungo tutta la trattazione, riuscendo nell’intento di dare una panoramica ben argomentata e piuttosto completa di quanto successo nel mondo del classic heavy metal negli anni in questione. In pratica nessuna band veramente meritevole per qualità o importanza è stata esclusa, ma allo stesso tempo si è scelto con giudizio di tenere le maglie piuttosto strette, per evitare di scivolare in settori limitrofi che avrebbero aperto ulteriori, enormi, scenari, poi difficili da gestire, oppure di scendere troppo addentro all’underground, per doversi quindi giustificare dell’aver incluso quella band misconosciuta e non quell’altra. Senza dubbio ogni scelta può essere contestata, ma credo che l’equilibrio espresso dall’autore sia il compromesso migliore possibile tra le varie esigenze.

Tutto bellissimo quindi? Verrebbe da dire di si, ma visto che senza una punta di discussione non ci si diverte a stare al mondo, mi permetto di contraddire, almeno parzialmente, quella che pare essere per il nostro autore una situazione storica data per scontata. Proprio nelle prime pagine di introduzione Dwight sostiene infatti che all’arrivo del thrash (e dell’hard da classifica) sulle scene internazionali l’heavy classico sia repentinamente scalato in posizione subalterna, almeno per il pubblico di massa e per la critica. Una tesi non priva di una sua verità, sia chiaro, soprattutto se parliamo (accenna anche il nostro) di come la storia viene raccontata oggi in alcuni ambienti, ma non così vera per ogni settore della critica e, soprattutto, non così cristallina se misurata sui fatti dell’epoca. Questo perché le nuove band classic heavy metal continuarono ad essere proposte dalle major, e ad avere buon successo, anche dopo l’esplosione del thrash/hard rock, mentre le stesse band storiche aumentarono le loro vendite sul territorio americano (di gran lunga il primo mercato al mondo) proprio nel periodo 1984-1990, permettendo così all’intero movimento classic metal di godere di una maggiore esposizione, globalmente molto superiore a quella più circoscritta della fase precedente. Una divisione tra band (proto) old school e new comer che monopolizzano i consensi dei fan, mi pare si efficace come esagerazione narrativa per un solido incipit, ma rimane una piccola forzatura, risultando quindi l’unico momento in cui vacilla quell’intento di oggettività che per tutto il resto del saggio rimane inattaccabile.

Quisquilie, come direbbe Toto. In ogni caso “Heavy Metal – La storia mai raccontata” resta una pubblicazione che non può mancare sullo scaffale di chi ama l’heavy metal anni ottanta e vuole andare oltre i soliti nomi.

Per maggiori informazioni sull’autore e sui volumi, e per ordinare le vostre copie:
https://dwightfryblog.wordpress.com
https://www.facebook.com/heavymetallastoriamairaccontata/
DwightFry@outlook.it



Anno: 2019


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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