Durbin – Recensione: The Beast Awakens

James Durbin merita un sentito ringraziamento per averci ricordato che quando si tratta di dare alla luce una proposta musicale, il primo dovere di un autore è quello di metterci il cuore. Noto ai più nell’ambiente hard & heavy per la sua recente militanza negli storici Quiet Riot. Durbin ci propone, attraverso le canzoni raccolte in questo “The Beast Awakens”, una personale rivisitazione della scena heavy metal dei primi anni ottanta, tracciando un collegamento tra grandi interpreti dell’epoca come Judas Priest, Dio o l’Ozzy solista e il gusto per la melodia tipicamente americano. Non pensiate però che il nostro si limiti ad una scontata riproduzione dei dettami di un tempo, perché anche se i riferimenti stilistici sono abbondanti e ingombranti, il prodotto finale ha una genuina valenza artistica e una sua personalità.

Torniamo quindi al punto di partenza. A funzionare in modo eccellente non sono le magie della produzione, la ricerca stilistica o gli arrangiamenti sofisticati, caratteristiche del tutto assenti in questo disco, ma la scrittura di canzoni dalle melodie accattivanti e l’interpretazione cruda ed emozionale dello stesso Durbin. A partire dalla borchiata “The Prince Of Metal”, passando per il groove tipicamente U.S, Metal di “Kings Before You”, fino all’hard rock vibrante e armonioso di “Into Flames” o all’epica “The Sacred Mountain”, ci troviamo in un percorso che ci riporta indietro di trentacinque anni almeno, senza per questo mostrare troppi segni di invecchiamento. Il lasciapassare per permettersi una così palese mancanza di originalità si chiama “coinvolgimento” e a questa voce “The Beast Awakens” prende tranquillamente il massimo dei voti.

Un risultato che viene raggiunto proprio con la voglia di trasmettere entusiasmo, senza provare a rivaleggiare con i vecchi classici, finendo magari per riproporne pallide imitazioni, ma cercando di metterci del proprio. A dirla tutta, per quanto bravo, James Durbin non ha la potenza di Ronnie James Dio o di Bruce Dickinson, le note impossibili del giovane Tate e nemmeno la voce tagliante di Halford, ed è, paradossalmente, la consapevolezza di tale diversità ad aiutarlo a plasmare linee vocali più adatte al suo timbro e alla sua estensione. Senza questo sforzo, canzoni come la raffinata “Evil Eye”, l’arrembante e quasi power “Rise To Valhalla”, oppure la ritmata e un più scura “Necromancer”, non avrebbero quel pizzico di personalità che ce le rende piacevoli all’ascolto ripetuto. Un plauso alla passione e alla concretezza.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. The Prince Of Metal 02. Kings Before You 03. Into The Flames 04. The Sacred Mountain 05. The Beast Awakens 06. Evil Eye 07. Necromancer 08. Riders On The Wind 09. Calling Out For Midnight 10. Battle Cry 11. By The Horns 12. Rise To Valhalla

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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