Dukes Of The Orient – Recensione: Freakshow

Il progetto Dukes Of The Orient nasce dalla collaborazione tra il vocalist britannico John Payne (ex-ASIA, GPS) ed il polistrumentista statunitense Erik Norlander (Last in Line, Lana Lane, Rocket Scientists) e costituisce una ideale continuazione dell’esperienza che i due artisti hanno avviato negli Asia Featuring John Payne, costola degli ASIA nata in seguito alla decisione del loro tastierista Geoff Downes di riformare la line-up originale. Abbandonato ogni esplicito riferimento agli ASIA come segno di rispetto in seguito alla scomparsa del cantante John Wetton, Payne e Norlander hanno dato un nuovo nome alla loro formazione e contemporaneamente tracciato la via di un AOR di respiro internazionale, reso ancora più originale da una spruzzata di Prog atlantico. Nonostante una intro che difficilmente si potrebbe definire scoppiettante, “Freakshow” non impiega molto a scoprire le sue carte: il disco nato sulle due sponde dell’oceano è una collezione di strutture mature e flessibili, sulle quali viene naturale innestare chorus tranquilli, interventi di tastiera a là Marillion, qualche nota di sassofono ed alcuni timidi accenni di chitarra rock.

Che si tratti di un prodotto indirizzato ad un pubblico (musicalmente) maturo lo si capisce dall’astrazione che l’album richiede per essere apprezzato nella sua pienezza: non è infatti la scoperta del fatto ciò che Freakshow consente di ammirare, quanto piuttosto la levità dell’animo e del passo nel dipingere affreschi diversi, generalmente solari (“The Ice Is Thin”) e raccontati col garbo di un consumato cantastorie. A rendere questo colorato quadro ancora più credibile è la semplicità apparente della sua produzione: la giostra c’è, gira e si annusa nella disposizione chiara dei suoni (“The Last Time Traveller”), nella benvenuta e continua diversità delle tinte, nella scelta morbida e scanzonata degli strumenti, che ad alcuni ricorderà – per quella sottile e trasversale ambiguità che conquista – “Le Avventure di Pinocchio” (1972). Non mancano naturalmente gli episodi più classicamente rock, freschi risvegli utili a dimenticare per qualche minuto il sovraccarico di legno e pastello: il singolo “The Monitors” è piacevolmente diretto e normale, “A Quest For Knowledge” incuriosisce fin dai primi istanti con la sua introduzione tosta e “When Ravens Cry” è un tributo alla notevole capacità espressiva di Payne, impreziosito dall’originalità del suo riuscitissimo finale. Variopinto e consapevole della sua natura fuori dal tempo, forte dei suoi toni accesi seppur appesantito da un incidere lento e talvolta insistito (“Man Of Machine”), il secondo disco dei Dukes Of The Orient regala un’esperienza di ascolto invitante e coerente con il suo titolo, ricca di suggestioni nonostante una forma per nulla complessa, avvolgente e piacevolmente piena lungo tutta la sua sostanziosa durata.

La lunghezza di ogni traccia, generalmente superiore ai cinque minuti, è un dato irrilevante in un album nel quale non sono gli inizi e le fini a creare il momento, bensì la musica colta nel suo imperturbabile scorrere: Payne e Norlander sembrano voler accuratamente evitare ogni possibilità di eccessiva congestione, ogni scalino, ogni spigolo, ogni contrasto, a favore di una narrazione più fluida, materna e conciliante (“Until Then” è una carezza), e la visione è così chiara che il fare con meno diventa non una rinuncia, ma il perseguimento – centrato – di un obiettivo stilistico morbido e preciso. La dicitura prog non spaventi: in Freakshow non vi è traccia di complessità ritmiche né noiosi autocompiacimenti, mentre sono evidenti la libertà espressiva, l’attenzione agli schemi per il solo piacere di non osservarli, l’amore per il racconto e per la sua condivisione mediante una fusione dolce ed universale di voci e note. Il risultato è un disco dal cuore analogico ed autore di una visione del futuro personale e di eleganza steampunk (“The Great Brass Steam Engine”), che con la dolcezza delle sue onde saprebbe ancora condurre la puntina del giradischi in una danza ipnotica… se solo Frontiers ne avesse previsto anche l’uscita in vinile.

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. The Dukes Return 02. The Ice Is Thin 03. Freakshow 04. The Monitors 05. Man Of Machine 06. The Last Time Traveller 07. A Quest For Knowledge 08. The Great Brass Steam Engine 09. When Ravens Cry 10. Until Then
Sito Web: dukesoftheorient.net

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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