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Dream Theater – Recensione: Dream Theater

Capita spesso che una band all’inizio della carriera dia al primo full length il nome della band stessa come titolo. Il motivo per cui i Dream Theater, che invece sono vicini alla soglia dei trent’anni di carriera, abbiano deciso solo adesso di compiere una mossa del genere, potrebbe risiedere nell’esplicita volontà di intraprendere una sorta di ritorno alle origini. Sparito il grande assente Portnoy, “Dream Theater” si era annunciato fin dalle prime fasi della sua genesi come il primo lavoro in cui Mike Mangini non si è limitato a suonare parti composte da altri, ma ha partecipato attivamente alla stesura dei brani. Il cambio sullo sgabello della batteria, se da un lato non ha (ovviamente) inciso minimamente dal punto di vista tecnico, ha apportato alcuni cambiamenti abbastanza significativi in sede di scrittura. È vero che non siamo neanche lontanamente vicini allo stile di brani come “Learning To Live” o “Wait For Sleep”, soprattutto perché la voce di James LaBrie non ha la minima voglia di collaborare, ma è vero che l’album, nel suo complesso, concede un respiro più ampio a tutti gli strumenti e concede maggiore attenzione alla melodia. Se quindi vi erano piaciuti i richiami evidenti ai Metallica, ad esempio in “Systematic Chaos”, sappiate che richiami del genere non  ce ne sono.

I primi ascolti di “Dream Theater” possono provocare mal di testa, mal di denti e affini. Un po’ meno di altri album, digeribili come un piatto di friggione dopo mezzanotte, ma anche questo lavoro ha bisogno di un po’ di tempo per essere metabolizzato e capito. Forse l’unica eccezione è rappresentata da “The Looking Glass” che, anche senza riferimenti evidenti ad altri brani degli stessi Dream Theater al suo interno (un fenomeno ricorrente a cui ormai siamo abituati e che anzi scatena una specie di caccia al riferimento), è sufficientemente bilanciata fra melodia accattivante ed emozionalità da poter colpire subito in modo favorevole. Gli altri brani hanno bisogno di una degustazione lenta, in particolare “Illumination Theory”, la suite finale di oltre venti minuti che, come “Octavarium” o anche “A Change Of Seasons”, diventa un’entità a sé di difficile comprensione. Ci si mettono anche Jordan Rudess e le sue tastiere che sembrano uscite da un quadro di Dalì, che se per buona parte dell’album rimangono buoni in secondo piano, qui sfoggiano tutto il loro repertorio con gli eccessi di  tracotanza che abbiamo già sentito in altre occasioni. Il duetto iniziale composto dai due minuti strumentali di “False Awakening Suite” e da “The Enemy Inside”, che ha avuto il difficile compito di fare da singolo apripista e quindi dovrebbe suonare più familiare, ha invece un  ottimo impatto, che diventa quasi visivo. Ci si riesce ad immaginare, noi piccoli fan, all’interno di un palasport a luci spente, con la “Suite” sparata a tutto volume, i veli di copertura che cadono e la band che appare, sfolgorante, ad eseguire “The Enemy…”: un punto a favore, quello dell’impatto live, per una band che ha abituato i suoi fan ad aspettarsi tutto e il contrario di tutto. È difficile che “Dream Theater” si posa considerare come l’album delle illuminazioni sconvolgenti, ma sommando le parti e guardando agli ultimi lavori della band, che si facevano dimenticare dopo un paio di ascolti, questa volta c’è la speranza che sulla lunga distanza la resistenza sia maggiore.

Voto recensore
7
Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 2013

Tracklist:

01. False Awakening Suite
02. The Enemy Inside
03. The Looking Glass
04. Enigma Machine
05. The Bigger Picture
06. Behind the Veil
07. Surrender to Reason
08. Along for the Ride
09. Illumination Theory


Sito Web: http://www.dreamtheater.net/

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

31 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. andpec

    “A dramatic turns of events” era un grande album. Difficile dimenticarlo dopo un paio di ascolti. Evidentemente al recensore non piacciono proprio i Dream Theater.

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    • Anna Minguzzi

      Ciao andpec, in effetti i Dream mi piacciono talmente poco che li ho visti 13 volte negli ultimi 14 anni (di cui una all’Orpheum Theater di Boston), e ti assicuro che non era per accompagnare amiche / fidanzati / cugini, ecc. 🙂 (ovviamente non scrivo questo per bullarmi nè per fare il gioco del “ah ah! Io ho visto i Dream più volte di te!). Semplicemente credo che, se un gruppo piace, se ne possano anche criticare certi periodi, soprattutto quando questi periodi terminano e il gruppo in questione torna a fare degli album di buon livello. 🙂

      Reply (in reply to andpec)
  2. Sergio Nasta

    Che brutta recensione, soprattutto perché per tutta la lettura (e la cosa si palesa nell’ultimo periodo) che il recensore parta dal presupposto che i D.T. abbiano quasi l’obbligo morale di riscrivere la storia della musica ad ogni loro nuova uscita discografica. Mi chiedo se non si stia esagerando un po’ con le aspettative che si hanno su questa band. Forse da una recensione ci si aspetta che si descrivano musica (“tracotanza” non mi sembra un giudizio squisitamente musicale) e testi (nemmeno un accenno alle tematiche), non gli stati d’animo di che scrive (magari inficiati dalla peperonata della sera prima), ma forse questo si che è davvero un aspettarsi troppo.

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    • Anna Minguzzi

      Ciao Sergio, hai ragione per quanto riguarda i testi, tieni conto però che sul web occorre essere un po’ più sintetici per evitare di annoiare e che non tutti hanno la pazienza che hai avuto tu di leggere tutto fino in fondo. I Dream sono un gruppo che, più di altri, non metterà mai d’accordo tutti e susciterà un vespaio di commenti ad ogni loro lavoro, specialmente qui in Italia dove sono seguitissimi. La tracotanza delle tastiere voleva essere una sorta di personificazione per rappresentare gli eccessi che a mio parere hanno a volte questi strumenti nell’album (e ribadisco a volte). Spero di essermi spiegata. 😉

      Reply (in reply to Sergio Nasta)
  3. Cami Sammers

    Mi permetto di dissentire, smettila di fare paragoni e trovare difetti ovunque, è un lavoro nuovo, valutalo per quello che è, e magari sii meno nazi, e il friggione magnatelo tu, buon proseguimento 🙂

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  4. Daniele Guasconi

    Non vorrei proprio essere nei panni di chi si occupa di recensire un nuovo lavoro dei DT. Puoi parlarne bene, male, puoi fare paragoni con i dischi del passato o con i mostri sacri del genere, puoi essere sintetico o prolisso, ma finirai sempre per scontentare tutti. Non è nemmeno facile giudicare un album come questo a pochi giorni dalla sua uscita visto che, almeno per quanto mi riguarda, riesco ad esprimere un parere su un disco dei DT solo dopo molti ascolti. Detto ciò le sensazioni che ho “a caldo” sono quelle di un buon disco, ma niente di epocale. Mi piace il singolo per la sua immediatezza e la sua aggressività, la suite finale è buona ma niente a che vedere con capolavori del calibro di “A Change of Seasons”. I DT targati 2013 sono questi, prendere o lasciare. Io per ora prendo.

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  5. MARK HUGE

    Minchia quanto la menate….per fortuna non si parla di religione sennò vi scannereste davvero…
    per me è “solo” un altro buon album dei DT….onestissimo heavy metal (il prog è un’altra cosa!)suonato con i controcazzi….e poi basta co sti paragoni…..”si si era meglio ai miei tempi”….sti gruppi non devono dimostare più niente , fanno dischi un po per passione e un pò per contratto a volte sono buoni altre un po meno….non è che il destino del mondo è nelle loro mani…è solo intrattenimento cazzo!

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  6. Danilo

    ottimo lavoro…secondo solo a metropolis!

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  7. Davide Biggio

    completamente d’accordo con la recensione! nel caso di “dramatic turn” avevo storno il naso per il voto basso.. ma poi il cd è rimasto sulla mensola..
    meglio degli ultimi album, 3 pezzi molto validi.. ma ancora un po’ di noia. personalmente ho un po’ la sensazione che i super arrangiamenti, anziché essere al servizio di buone canzoni, siano un po’ fine a se stessi.. Però va bene così.. la tendenza è a migliorare 🙂 aspettiamo il concerto che sarà comunque bello!

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  8. Andre_80

    Sono perfettamente d’accordo con Sergio Nasta quando scrive che sembra che “si parte dal presupposto che i D.T. abbiano quasi l’obbligo morale di riscrivere la storia della musica ad ogni loro nuova uscita discografica”.

    Sono convinto che album come questo, o come il precedente ADTOE, non si possono paragonare con i precedenti album. Sono convinto (ma ovviamente non è ne avrò mai la controprova) che se uno di questi ultimi album fosse uscito ai tempi di Images and Words i critici avrebbero allo stesso modo parlato di capolavoro, e che se oggi fosse uscito I&W avrebbero detto: “sempre i soliti DT”.

    Ma io è per questo che li ascolto da sempre, perchè sono sempre loro! E anche quando ho sentito per la prima volta DT ho pensato: Sì, sono proprio loro e sì… mi piace sempre ascoltarli!

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  9. Christian Giordan

    Ascoltato finora 3-4 vlte complete,e ci sono 3-4 canzoni che spiccano.Su tutte Illumination Theory,in cui LaBrie dimostra ancora una volta di essere una delle migliori voci in assoluto. e poi Enigna Machine,una vera botta di vita! pronto per il concerto a Padova,ma mancano ancora quasi 4 mesi…

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  10. Riccardo Manazza

    Una cosa che non capisco è che molti commenti che leggo alle recensioni dei gruppi famosi hanno in comune il ritornello: “Eh, ma cosa vi aspettate? Che facciano un capolavoro tutte le volte?” “Siete troppo severi con i gruppi top”etc… Ma non è normale che le band migliori e più conosciute debbano fare i dischi all’altezza del loro ruolo? Poi si possono avere opinioni diverse a proposito, ma io da una band top mi aspetto un disco top, sempre in coerenza con il taglio artistico del gruppo. Ovviamente nessuno si aspetta che i Motorhead facciano un disco diverso ogni volta, ma già sui Dream Theater la speranza che facciano qualcosa di più che ciò che tutti si aspettano mi pare giustificata. Tralasciando la questione voto che non amo particolramente (anche se ci tocca darlo per consuetudine) sono in gran parte d’accordo con la recensione di Anna. Però a me neanche “A dramatic…” era così dispiaciuto… 🙂

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  11. Matteo Falco

    confrontare gli ultimi lavori dei DT con le loro produzioni degli anni 90 è una partita che non vale nemmeno la pena di giocare e questo, nonostante la sempiterna validità del “de gustibus”, credo sia piuttosto chiaro…quello che mi chiedo io da un po’ è se i DT si rendano conto che c’è una parte ,ormai sempre più minoritaria, del loro seguito, che da più di dieci anni ormai attende di essere stupita, spiazzata, deliziata da un capolavoro che sembra non arrivare mai…e, nel caso, se gliene freghi qualcosa, visto che la frequenza di uscita dei loro dischi combinata con la lunghezza dei tour che fanno sembra suggerire che i pezzi nuovi li scrivano in bagno nelle pause tra il soundcheck e la cena…per carità, il mercato sta dando loro ragione, sia in termini di pubblico che di vendite…ma non sarebbe bello se, che ne so, un giorno dell’anno 2018 ci svegliassimo, andassimo a comprare il nuovo disco dei DT, e, ascoltandolo, ci rendessimo conto che è valsa la pena di attendere cinque anni per avere tra le mani, magari non necessariamente un nuovo pezzo di storia della musica, ma anche solo un semplice e umile album che ci ricordi che “progressive” non vuol dire masturbatorio e cervellotico, che personale non significa autoreferenziale e che ciò che è orecchiabile può anche non essere banale, ma, soprattutto, avere finalmente la sensazione di stare ascoltando il meglio che una band può offrire e non una raccolta arrangiata di idee partorite nella fretta e furia di tornare in tour, perchè sul palco ci si diverte, mentre la vita in studio è una noia…perchè questa è la sensazione che mi trasmettono gli ultimi dischi dei DT, la sensazione di ascoltare qualcuno che parla senza aver voglia di riflettere sulle cose che dice, senza la voglia di migliorare e di evolversi…è chiaro che il libero arbitrio vale per tutti, compresi loro, ma, se questo è ciò che un gruppo dal potenziale immenso come i Dream Theater ha intenzione di offrire, mi scuseranno se passo oltre, con una punta di rammarico e la delusione per aver, ancora una volta, vanamente atteso sperando di poter gridare al miracolo.

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  12. Luca

    a me l’album e’ piaciuto molto…la recensione non rende giustizia!!!! DT Forever!!!!

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  13. Claudio

    Comunque vi faccio i complimenti…almeno per il fatto di aver imbroccato il disco. Infatti, ogni volta che esce un disco dei DT a ridosso del solista di James La Brie ho sempre paura che recensiate un disco al posto dell’altro.
    Fortunatamente non ci siete più cascati, ma ancora oggi c’è gente che vi ride dietro per quello che avete combinato quando è uscito Octavarium (dimostrando che il vostro odio per la band va oltre la vostra capacità di riconoscere un disco…a proposito, come mai non c’era il booklet? su emule non l’avete trovato?=

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    • Anna Minguzzi

      Ciao Claudio, grazie per il tuo contributo determinante alla discussione sul nuovo album. Spero che tu abbia impiegato i dieci giorni trascorsi da questa uscita a fare cose più interessanti che andare a spulciare nell’archivio della tua memoria e parlare di cose di cui ci siamo dimenticati anche noi. Magari proprio ascoltando il nuovo album dei Dream, o anche l’intera discografia dei Rose Tattoo, che male non fa. D’altronde, non lo sapevi? LaBrie e i DT lo fanno apposta a fare uscire le loro release quasi in simultanea, per confondere i recensori, quei bricconcelli! Per quanto riguarda l’odio, ti rimando alla risposta che ho dato all’utente andpec qualche post sopra.

      Reply (in reply to Claudio)
    • Riccardo Manazza

      Ma c’è ancora qualcuno che tira fuori questa storia pensando di fare il “faigo” di turno? Strafalcioni e cappellette ne leggiamo dovunque da sempre, anche su testate giornalistiche importanti. Le spiegazioni alla base dello spiacevole (ma dopo anni ormai fa ridere a basta) episodio sono state date più volte e la redazione non ha avuto nulla a che fare con tale fregatura, di cui semmai è stata a sua volta vittima, con la sola colpa di essersi affidata in un momento di necessità ad un personaggio che ad un curruculm da professionista ha abbinato un comportamento da pessimo dilettante. Visto che Metallus esiste da 15 anni ed ha partner importanti come EMP, magari qualche cosa di buono siamo pure stati capaci di farlo… Certo da qualcuno che porta argomentazioni culturali sopraffine come “Voi odiate la band e siete brutti e cattivi” non è che ci si possa aspettare molto di più.

      Reply (in reply to Claudio)
  14. Giovanni Messere

    Un altro album emozionante.

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  15. Andrea

    ***È vero che non siamo neanche lontanamente vicini allo stile di brani come “Learning To Live” o “Wait For Sleep”, soprattutto perché la voce di James LaBrie non ha la minima voglia di collaborare***

    O forse perchè non ha alcun senso aspettarsi brani che “suonino come” qualcosa uscito 21 anni fa, quando nel frattempo 2/5 della band sono cambiati, mentre i tre membri rimasti sono passati dall’essere sbarbatelli di 25 anni, al loro secondo disco a dei quasi 50enni arrivati ormai al 13 disco e che nel frattempo si sono beccati e digeriti il nu-metal, piuttosto che i Muse, i Radiohead o i Tool.
    Vogliamo parlare del fatto che LaBrie sia ormai scoppiato? O del fatto che il gruppo non abbia più la freschezza e la creatività dei primi dischi? Parliamo del citazionismo esagerato che, da anni, affligge buona parte brani? Sono tutti fronti di discussioni su cui anche il fan-mediamente-onesto concorda, sebbene il suo cuore lo possa spinge ad accettare, minimizzare o giustificare questi aspetti della band. Del resto, tutte le band invecchiano e i DT non ne sono esenti. Per alcuni sono invecchiati male, per altri stanno invecchiando nè meglio nè peggio di tante altre band “colpevoli” di aver sfornato dei capolavori agli inizi della loro carriera (e pertanto condannati a dover pubblicare sempre capolavori). Ovviamente ognuno ha la sua opinione in merito e non si può dire che una sia più giusta dell’altra.

    Ma è un assurdità continuare ad aspettarsi che una band possa comporre dei brani come se il tempo si fosse fermato o come se, nel frattempo, le loro teste siano rimaste le stesse. Forse la gente pensa che la creatività sia eterna e/o indipendente dalla propria età anagrafica, dalla maturazione interiore, dal cambiamento/accrescimento dei propri gusti musicali e -non ultimo- e dal numero di dischi pubblicati. E’ facile credersi estremamente creativi quando non si ha pubblicato nessun disco. Iniziate a scrivere dischi come Images & Words, Awake, ACOS…qualche anno dopo, recuperate creatività per pubblicare Scenes From A Memory e poi ditemi se siete ancora in grado di scrivere ancora brani di quel livello. A volte vi usciranno dei bei brani, a volte vi usciranno delle cose mediocri o poco ispirate. Non tutti si chiamano Frank Zappa o Pink Floyd e riescono a rimanere geniali dall’inizio alla fine.

    Oppure mi volete dire che Metallica, Megadeth, piuttosto che Genesis o PFM o Marillion, dopo un po’ di dischi non hanno iniziato a pisciare fuori dal vaso, intraprendendo strade che hanno portato risultati, a volte buoni a volte discutibili, ma che comunque non hanno mai eguagliato i fasti del passato? E’ assolutamente normale che succeda. Se poi uno vuole che un gruppo di 40/50enni scriva brani con lo stesso stile di quando ne aveva 20, allora per quello esistono già gli Ac/Dc, gli Iron Maiden, i Manowar o i Motorhead. E che dio li abbia in gloria! Ma come vedete, sono altri generi. E infatti non credo che i dischi dei suddetti gruppi pubblicati negli ultimi 10 anni abbiano lasciato il segno…tant’è che queste band (esattamente come Megadeth e Metallica) si stanno riducendo a riproporre i vecchi tour, proprio perchè i nuovi brani e nuovi dischi non se li filano nemmeno i loro fans.

    E poi scusate: con ADTOE il Dream Theater hanno servito una nuova versione di alcuni brani di Images & Words, esattamente come tanti chiedevano. Volevate una nuova Learning To Live? Eccovi Breaking All Illusion, perfettamente identica nella struttura. Non va bene? Li criticate perchè “il gruppo cita se stesso”? E allora cosa volete quando vi aspettate che il gruppo pubblichi brani che ricordino i vecchi DT? Non lo sapete nemmeno voi che lo chiedete. Perchè OGGI uscisse una canzone come “Metropolis pt.1″…anzi, se oggi uscisse la stessa “Metropolis pt.1” probabilmente la accantonereste dicendo che è un brano pretenzioso, senza capo nè coda, pieno di virtuosismi inutili e che fa il verso al prog-metal degli anni 90.

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  16. Metallo_utd

    Questo disco è immenso senza “se” e senza “ma” ragazzi …

    Reply
  17. Manuel

    A me, che seguo i DT da anni, sembra che l’allontanamento di Portnoy abbia portato alla diminuzione di ipertecnicismi, e che abbia liberato pulsioni melodiche “nascoste” all’interno della band. Bisognerebbe capire il “peso” del vecchio batterista nella stesura dei pezzi. Secondo non era indifferente, visto che questa caratteristica secondi ,e già si intravedeva in ADTOE. Un saluto a tutti,

    Reply
    • Andrea

      Non sei l’unico a pensarlo. Non voglio certo mancare di rispetto verso ciò che ha fatto Mike per il suo gruppo, ma era evidente che, negli ultimi anni, il suo ego stava prendendo il sopravvento sugli altri. E questo è andato a influire negativamente sulla vena compositiva di Petrucci e Rudess: come fai ad aprirti in melodie più aperte se, sotto di te, la batteria non ti lascia lo spazio per farlo? E’ normale che a quel punto ti ritrovi a suonare solo cascate di note iperveloci.
      Ma non erano solo questi gli aspetti in cui Mike aveva pisciato fuori dal vaso.

      Nell’ordine:
      – la twelve step suite: l’idea iniziale era carina, ma mi sembra esagerato il fatto che abbia occupato CINQUE dischi, considerando che ormai era diventata un’autocitazione unica. E per fortuna è sfumata l’idea (paventata ai della sua conclusione) di proporla per intero durante i concerti
      – il fatto che Mike si fosse autoproclamato “secondo cantante dei DT”, aumentando in maniera esponenziale i suoi interventi solisti. Se questo poteva essere carino ai tempi di The Glass Prison, è diventato stucchevole nel momento in cui si è messo a cantare in growl su A Nightmare To Remember. Almeno fosse questo grande cantante….
      – il fatto che durante il Progressive Nation, Mike era solito andare a suonare un pezzo con i Bigelf. Detta così sembra una cosa da poco, ma intanto era una mancanza di rispetto per i Bigelf (a cui rubavi la scena) nonchè un modo di dire alla tua band “vado a prendermi gli applausi prima di voi”
      – il già citato fatto che la batteria non era più uno strumento funzionale al resto della band, ma lo strumento attorno al quale costruire buona parte dei brani (con tutte le limitazioni del caso)
      – possiamo anche lamentarci o criticare il fatto che nell’ultimo brano ci siano citazioni spudorate ai Rush o Marillion. Ma onestamente è meglio che un gruppo prog-metal citi questi gruppi anzichè fare il verso (al limite del plagio) ai System Of A Down, Muse, Linkin Park, Metallica,Pantera, ecc…anche tutte queste cose, sono sparite con la dipartita di Mike. Sarà un caso? E non sarà la dimostrazione del fatto che il resto della band -forse- non era molto felice di queste derive? In fondo era proprio lo stesso Mike a fare un vanto dell’ “inspiration corner” con cui la band faceva incetta di cd da ascoltare prima di iniziare a comporre.
      -chiedetevi come mai, proprio nel primo tour senza MP, i Dream si sono finalmente potuti cimentare in un intermezzo acustico, mentre in passato non è praticamente mai successo.
      – in ultimo: Mike Portnoy che chiede alla band di fermarsi per 2 anni e, nel momento in cui 4/5 della band non sono d’accordo, pretendere che il suo voto valga più degli altri.

      Insomma, grazie di tutto Mike; ma ora apriamo la finestra e cambiamo l’aria 🙂

      Reply (in reply to Manuel)
      • Manuel

        Andrea, concordo e sottoscrivo ogni riga che hai scritto: anche secondo me la suite era una forzatura spudorata che MP aveva “imposto” al gruppo. Anche la chiosa del tuo intervento è perfetta, Grazie Mike, ma abbiamo bisogno di qualcosa di diverso, ora. Ciao!

        Reply (in reply to Andrea)
  18. Paolo Bertani

    Sto ascoltando e assorbendo questo disco, mi trovo d’accordo con la recensione di Anna, a cui faccio i complimenti.
    Non è assolutamente facile se non fattibile riuscire a mettere tutti d’accordo, specie sui DT.
    Intervengono spesso sentimenti contrastanti, speranze e addirittura ricordi indelebili di vent’anni fa…
    Ottimi gli interventi di Andrea.
    Per la sezione amarcord, invece, propongo il live dei DT al Pistoia Blues…

    Reply
  19. French

    Rispetto per anna minguzzi ma devo dire che non condivido la sua disamina. Adtoe lo trovo favoloso ha delle song straordinarie, il nuovo album e’ ben suonato e alcune song sono veramente belle. Sto godendo dello spettacolo del dvd luna park e devo dire che le song di adtoe dal vivo hanno una resa clamorosa. La band offre una prestazione bellissima e james labrie fa il suo compito alla grandissima.

    Reply
  20. French

    Quello che e’ cambiato principalmente dal 2010 ad oggi, e’ che i dream theater hanno avuto una fortuna sfacciata nel trovare uno come mangini. Personaggio favoloso e batterista clamoroso. Da fan lo percepisco che i ragazzi ora sono una vera band con veri equilibri. Portnoy faceva spettacolo dal vivo anche con la sua verve e pose varie ed anche molto carisma, mangini nel live luna park riesce semplicemente ad attirare la mia attenzione con la sua straordinaria capacita’ di suonare. E poi lo dico da fan storico (1989), tecnicamente tra portnoy e mangini ci sono almeno due categorie

    Reply
  21. Giorgio

    Questo disco è un baccalà che ti rimane in gola senza molte chance di essere digerito. Di buono ci ho trovato le due opener, Along For The Ride stupenda che potrei ascoltarla 100 volte senza mai annoiarmi e qualche spunto di The Bigger Picture/Behind The Veil/Surrender To Reason.
    The Looking Glass è di una piaccioneria scandalosa, qualche anno fa i nostri l’avrebbero scelta solo come b-side di un singolo (ma non roba tipo Another Day…dico sullo stile di Forsaken); Enigma Machine è un’esasperazione tecnica che secondo me non ha motivo di esistere, la tanto acclamata suite Illumination Theory è un alto lavoro di bricolage di parti che non c’entrano niente l’una con l’altra (mentre i sopracitati capolavori octa/change ecc scorrevano via che era un piacere), la sezione finale è la solita pomposa inaspettata con un testo di una banalità assurda (vivi la vita con gggioia, soffri e apprezzala cosi saprai di essere vivo! wow grazie petrucci ora sono un uomo nuovo); ultimo aspetto della suite che mi preme commentare è come sia evidente la ricerca disperata del superamento dei 20 minuti! Riff infarciti, prima della (bellissima, questo lo ammetto!) parte con la sezione di archi c’è un minuto di suoni barbaramente copiati da Close To The Edge (un minuto di suoni a caso è lungo!!), la canzone finisce appena superati i 19 minuti, come del resto finiva The Count Of Tuscany e non mi sembra all’epoca che nessuno ne abbia fatto un dramma, ma i nostri non paghi di ciò fanno passare un attimo di silenzio e ci attaccano un easter egg di 2 minuti e mezzo (!!!) fatta da un pezzo di piano degno di Allevi in quanto utilità musicale…così la traccia sul cd può finalmente chiudersi a 22 minuti, bravi! Ora vi beccate la medaglia? Bah, secondo me scrivere musica con l’obiettivo di perseguire un minutaggio prestabilito toglie spontaneità.
    Comunque, ADTOE mi era piaciuto molto e lo ascolto con piacere tutt’ora, questo lo dimenticherò in fretta credo, e ripongo le speranze sul successivo perchè o cambia qualcosa o siamo alla fine.
    La recensione è ben scritta e non la critico! E’ un gruppo che da spazio a opinioni contrastanti tra i suoi stessi ammiratori quindi ci sta;)

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Dream Theater: Live Report della data di Roma

Il solito concerto dei Dream Theater, con tutti gli annessi e connessi del caso. Direi che si possa sintetizzare così la serata al Palalottomatica di Roma.

Il pubblico ha risposto molto bene alla chiamata, il Palalottomatica è gremito, anche se non c’è stato il tutto esaurito e alle 20.30 le luci si spengono ed inizia lo show. Inizia in nome del pacchiano, a ben vedere, con un filmato (proiettato sui 3 megaschermi siti sul palco) autocommemorativo. Una sorta di Bignami del Teatro del Sogno, che mostra i punti salienti della carriera dei nostri… e via con immagini e suoni dai Majesty a ‘Train Of Thoughts’, il pubblico applaude, gradisce, esulta, ma fa un po’ riflettere sentire più applausi per ‘Six Degrees…’ che per ‘Awake’.

Finalmente i 5 americani salgono sul palco, come apertura viene scelta la mediocre ‘As I Am’ e si nota subito una cosa: James LaBrie è in forma, vocale e fisica e quest’iniziale impressione, con il proseguire del concerto, diviene una certezza. Il Canadese è vocalmente ringiovanito di 10 anni almeno ed è impressionante sentirlo affrontare brani come ‘Another Day’ (devastata dai synth di Rudess e dall’acustica del Palalottomatica, se dobbiamo dirla proprio tutta) o ‘Metropolis’ uscendone assolutamente a testa alta.

Il problema, a voler essere pignoli, sono i suoi compagni di brigata. Hanno suonato bene, senza sbavature, come sempre. E come sempre il concerto fila liscio.

Come sempre.

Purtroppo, ormai, ogni loro concerto è la copia di sé stesso e di questo ce ne rammarichiamo. I Dream Theater erano tra quei (pochi) gruppi ancora in grado di stupire durante i loro live show, con cover, citazioni, brani riarrangiati ed altre trovate, purtroppo tutto questo è finito, si direbbe. Anche questo concerto non fa che riflettere quell’alone stantio che già avevamo scorto (chi più chi meno) dalle loro recenti imprese in studio.

Poco possono cambiare le scenografie (i megaschermi puntanti sulle mani di Rudess e Petrucci sono un trovata di dubbio gusto) se i nostri restano oltretutto drammaticamente inchiodati sul palco. In più si aggiunge il brutto vizio delle parentesi soliste, pessima abitudine anni ’80 che ai nostri sembra piacere particolarmente… e “cui prodest?” è ciò che ci domandiamo davanti ad un Portnoy che replica in parte il solo del tour di ‘Images And Words’ (quello immortalato nel loro ‘Live In Tokyo’, per capirsi), sputa sulla telecamera e scoatta con poco costrutto.

Per dare a Cesare ciò che è di Cesare, ammettiamo che il medley di tributo a Zappa (con buona pace di larga parte del pubblico che si chiedeva chi fosse quel tipo nudo e baffutto che appariva ogni tanto sui monitor) ci ha stupito, come pure ci ha stupito e commosso ascoltare la citazione di ‘Impressioni Di Settembre’ della PFM nel solo di Rudess. Citazione che ha, finalmente, sostituito la tarantella che il buon Petrucci tirava fuori quasi ad ogni apparizione in terra italica.

Tirando le somme, non un brutto concerto, anzi, ma resta un po’ di amarezza, constatando che i Dream Teather si avviano a divenire le vittime di loro stessi. Costretti a citarsi ed essere ciò che il pubblico vuole che siano.

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