Dirty Shirley – Recensioni: Dirty Shirley

Con i Dirty Shirley è scoccata la scintilla fin dal momento in cui ho visto la copertina del loro album di debutto, una rielaborazione in chiave metallara di quel dipinto “American Gothic” (Grant Wood, 1930) che, celebrazione della rurale austerità e della incorruttibile rettitudine dei padri fondatori, alberga ormai da mesi come immagine di sfondo del mio elaboratore elettronico. Se è vero che c’è solo un’occasione per fare una buona prima impressione, occasione che i Dirty Shirley sembrano aver centrato dal punto di vista iconografico, è tuttavia altrettanto evidente che la curiosità nei confronti di questo lavoro, che vede affiancati il croato Dino Jelusic (voce) e George Lynch (chitarra con Dokken e Lynch Mob), deve essere valutato soprattutto per i suoni che produce, le atmosfere che evoca e gli stili che organizza.

Nonostante il tono scanzonato della presentazione grafica, l’hard rock della opener Here Comes The King è maturo, vocale e cadenzato, autorevole quanto basta per omaggiare i grandi nomi americani (ed aggiungerei britannici, dal momento che quello di Tony Martin è uno dei primi nomi che mi sono venuti in mente, per le analogie di stile e di tono) senza alcun timore reverenziale, né il rischio di scadere nella folta schiera degli emuli. Da queste valide promesse, si dipana una scaletta pensata soprattutto per esaltare la presenza e l’estensione di Jelusic, entrambe assolutamente notevoli se pensiamo ad un artista che non ha ancora compiuto i trent’anni, e che solo qualche anno fa interpretava con fare piacione ed assolutamente consumato Ti Si Moja Prva Ljubav (“Tu Sei Il Mio Primo Amore”) sul palco del Junior Eurovision. Anche in virtù delle professionalità coinvolte (Trevor Roxx e Will Hunt completano degnamente il quadro, rispettivamente al basso ed alla batteria), l’ascolto si mantiene sempre piacevole, tra episodi contemplativi (“I Disappear”, “The Voice Of A Soul”), altri piacevolmente pimpanti (“Siren Song”) ed altri ancora nei quali la band – complice qualche interessante intervento di tastiera – si dimostra capace di mostrare la bontà sempreverde di una visione progressiva e d’insieme (”Higher”). Capace di attingere con disarmante spontaneità da ogni possibile inflessione dell’hard rock classico e contemporaneo, Dirty Shirley possiede il pregio di essere un disco inaspettatamente classy e misurato, invece che uno showcase senz’anima all’isterica ricerca del singolo, le cui qualità sono distillate poco per volta, in modo che lo stesso dilatarsi del tempo diventi un tratto distintivo del modo in cui avviene l’assimilazione delle sue caratteristiche. Jelusic è sempre a suo agio, istrionico, capace di interpretare in modo convincente la parte del frontman più navigato così come quella dell’hard rocker moderno (“Last Man Standing” ed “Escalator”, mentre con la conclusiva “Grand Master” diamo un’amorevole rispolverata a qualche classico di grunge acustico), e mai succede che la coperta sembri troppo corta per scaldare questa gamma infinita di sottili variazioni.

Dirty Shirley non scopre l’acqua calda, ma d’altronde non vi è un solo attimo nel quale il progetto sembri alludere a questo tipo di ambizione: il disco è pensato bene, prodotto come dovrebbe, robusto nelle giunture che ne tengono insieme gli entusiasmi stilistici e sostanzialmente privo di filler (“Cold” sembrerebbe esserlo, ma alla fine si trova anche per essa un perché). E, ciò che più conta, possiede quell’autorevolezza – esecutiva e compositiva – necessaria a conferirgli una sua personalità, nonostante il continuo gioco di rimandi, omaggi e citazioni. Sarebbe dunque un peccato non dargli un ascolto quando l’unico suo difetto, paradossalmente, può ricondursi all’evocazione allegramente sviante del gotico americano in copertina.

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Here Comes The King 02. Dirty Shirley, Dirty Blues 03. I Disappear 04. The Dying 05. Last Man Standing 06. Siren Song 07. The Voice Of A Soul 08. Cold 09. Escalator To Purgatory 10. Higher 11. Grand Master

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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