Dimmu Borgir – Recensione: Eonian

Epico, sinfonico, magniloquente. Forse anche troppo. Otto anni di assenza non sono certo pochi e l’hype creato attorno a “Eonian”, decimo studio album dei Dimmu Borgir, elevatissimo. Un periodo tanto lungo implica indubbiamente una volontà di cambiamento e ricerca, cosa che effettivamente si coglie nel nuovo album e lascia qualche piccolo dubbio. Attenzione, “Eonian” non è un brutto disco, tuttavia lascerà spiazzati i fans dopo i primi ascolti e necessiterà di tempo per essere metabolizzato.

L’esperienza maturata in tour con il coro de The Norwegian Radio Orchestra (fotografato nell’ottimo live “Forces Of The Northern Night” del 2017) ha lasciato senza dubbio qualcosa in Shagrath e soci, tanto che per la registrazione di “Eonian” si sono avvalsi della collaborazione del coro norvegese Schola Cantrum Choir, mentre le partiture sinfoniche e gli arrangiamenti orchestrali sono nettamente più abbondanti che in passato, poi “laccate” dalla produzione di Jens Bogren (Amorphis, Enslaved, Katatonia e molti altri).

Ed ecco il difetto intrinseco di questo album, ovvero l’essere perfetto sotto il profilo formale, denso di sublimi ritrovati orchestrali degni di una saga hollywoodiana, ma non sempre ficcante come ci si aspetterebbe dalla band. Naturalmente non sta a noi decidere se questo sia un bene o un male, tuttavia ci sentiamo di dire che non tutti i brani qui contenuti diventeranno classici del gruppo. Si comincia obiettivamente bene con “The Unveiling”, un brano introdotto dalle sfumature elettroniche dei synth (abbiamo ancora il contributo di Geir Bratland degli Apotygma Berzerk alle tastiere) che non mette certo in secondo piano le chitarre di Galder e Silenoz, come purtroppo accade in alcune parti del disco. L’inconfondibile screaming di Shagrath è potente, altrettanto la batteria di Daray (Vesania), mentre la melodia portante, drammatica ma al tempo stesso orecchiabile, è rafforzata dai cori, epici e oscuri.

Il singolo “Interdimensional Summit” ci riconsegna i Dimmu Borgir più noti, quelli capaci di costruire un brano oscuro e intenso, altrettanto mnemonico e in grado di entrare sottopelle. La successiva “Aetheric” mostra invece qualche difetto, il brano non decolla, gli arrangiamenti orchestrali coprono tutto e si prova qualche punta di noia. Se la successiva “Council Of Wolves And Snakes” piace per le sue aperture tribali e per le robuste accelerazioni che ci portano in mente il periodo mediano della band, già “The Empyrean Phoenix” torna a smorzare l’entusiasmo, trattandosi di un semplice mid tempo sinfonico ben eseguito ma che non colpisce fino in fondo.

L’ascolto prosegue alternando luci ed ombre, con episodi onestamente un po’ sotto la media come “Lightbringer” (piacevole, ma certi arrangiamenti sono al limite del pop) ed altri invece potenti e d’effetto come “Alpha Aeon Omega”, un brano introdotto da un’apertura sinfonica piena di grandeur che nella struttura ricorda “Progenies Of The Great Apocalypse”. In definitiva sta a voi dare ad “Eonian” il giusto tempo per essere apprezzato. Dal ritorno dei Dimmu Borgir ci aspettavamo un’opera devastante, dobbiamo invece accontentarci soltanto di un buon disco. Non c’è altro da aggiungere.

Voto recensore
7
Etichetta: Nuclear Blast

Anno: 2018

Tracklist: 01. The Unveiling 02. Interdimensional Summit 03. Ætheric 04. Council Of Wolves And Snakes 05. The Empyrean Phoenix 06. Lightbringer 07. I Am Sovereign 08. Archaic Correspondence 09. Alpha Aeon Omega 10. Rite Of Passage
Sito Web: https://www.dimmu-borgir.com/

andrea.sacchi

view all posts

Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

3 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Fabrizio

    7 a questo obbrobrio e 6,5 ai Varathron. Daje così che andate forte.

    Reply
  2. Michele Consentino

    aspettarsi opere devastanti dai gruppi storici è sempre pretendere un pò troppo secondo me. Il loro periodo d’oro l’han già passato, l’età inizia ad avanzare e le idee non possono esser sempre brillanti come ai bei tempi. direi che un disco del genere poche band potevano farlo. Non un capolavoro ma sicuramente un buon disco che si fa ascoltare dall’inizio alla fine senza quasi mai annoiare. 70 ci stà tutto

    Reply
  3. Riccardo Manazza

    Sottoscrivo quanto scritto da Michele, Non un capolavoro, ma pur sempre un album interessante… certo ormai distantissimo dai canoni dell’estremo. Ma non è che al mondo manchino band con quell’attitudine, quindi va bene anche così!

    Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login