Devourment – Recensione: Obscene Majesty

Spiacente, questo è un boccone troppo duro da digerire.

Ci sarebbe un bel discorso da fare, parlando dei Devourment. Riconosciuti universalmente come fra i primi gruppi a dare il via al cosidetto “brutal/slam death metal”, il gruppo americano ha una fama praticamente basata sul solo culto del loro debutto, “Molesting The Decapitated“, classe 1999. Eppure, si sciolsero poco dopo la sua pubblicazione, poiché il loro cantante Ruben Rosas fu arrestato per motivi mai chiariti. Cercarono di riformarsi varie volte, ma ci riuscirono solo nel 2005, pubblicando il loro secondo album “Butcher the Weak“, ri-registrandolo con un nuovo bassista l’anno seguente. Dopo la morte del loro primo cantante, Wayne Knupp, all’età di 31 anni, il gruppo riuscì ad ottenere stabilità, pubblicando altri due album, “Unleash the Carnivore” e “Conceived in Sewage“.

I Devourment, assieme agli Internal Bleeding, sono riconosciuti in ambito internazionale per il loro stile, il quale fondeva breakdown lenti e ritmici in doppia cassa con sezioni in blast-beat, accordature di chitarra basse (ma non eccessivamente, a dir la verità) e una prova vocale che allora era il massimo della barbarie, che includeva growl profondi ma strozzati con giochi di gola e diaframma e occasionali “pig squeal”, cioè imitazioni di grugniti di maiale. In entrambi i casi, non ci si capiva un acca, e, francamente, considerati i temi ricorrenti dei loro testi (squartamenti di prostitute, elettroshock anali, rigurgiti di interi sistemi digestivi, incitamenti ad omicidi di massa o di neonati e referenze all’eiaculazione da tutte le parti in ogni singola canzone)… a molti dei loro ascoltatori sta bene così.

Dopo un intro di un minuto che sembra la registrazione di una raffica di vento, l’opener “A Virulent Strain of Retalitation” apre le danze con il tipico alternarsi tra blast-beat capaci di scuotere la terra e sezioni più lente: già a questo punto si può capire che la produzione non è delle migliori, poiché le chitarre le chitarre hanno un suono così fangoso ed impastato che cozzano con gli altri strumenti, in particolare con lo snare della batteria, creando un contrasto che fa sembrare l’album un’accozzaglia di suoni. La pienezza degli arrangiamenti non lascia scampo da chi non vuole sentire, ma ha l’effetto sgradevole di rendere ogni traccia quasi uguale: la ripetitività stilistica del gruppo e l’uso di accordature molto ribassate (tipiche delle chitarre a sette corde), unite alla scelta di un sound privo delle atmosfere urbane e hardcore dei primi album, non aiutano di certo. In tracce come “Narcissistic Paraphilia” fioccano qua e là alcuni armonici o brevi momenti in cui fa capolino solo il basso, ma in generale è quasi impossibile capire qualunque tipo di melodia in ogni canzone, a causa della produzione erronea e di cattive scelte durante il missaggio, quindi in realtà non rimane molto altro da analizzare. “Modum Sui Morte” è forse l’unica traccia che include qualche breakdown di vecchio stile tipico del gruppo.

Una piccola speranza viene data dai testi, che invece di essere storielle degne di un film splatter di serie Z contengono toni socio-politici non indifferenti e un minimo più accessibili (“We are your sons, brothers, husbands, friends and fathers / Ordinary men by day – concealing offal secrets / Meticulously devising plans to murder / Littering the woods and riversides with human detritus”, “Bear witness to the scriptures that I speak in tongues / Grant me thy total devotion / Asceticism rewarded in the afterlife – Inherit eternity / Rise above humankind”). Musicalmente, però, questo è un album caotico e surreale, che non sembra granché professionale, ma più una sorta di vendetta personale di Ruben Rosas nei confronti di tante altre band death/brutal che probabilmente hanno superato i Devourment per consenso e fanbase ottenuti (qualunque riferimento ad Aborted e Beheaded non è prevenuto). Un album pesante in ambo i sensi, specialmente per la prolissità e per la sua mancanza di musicalità. La situazione del genere è ormai una guerra da poveri in cui regna la competizione sopra il desiderio di fare qualcosa di memorabile e piacevole, ed è un peccato constatare che anche questo gruppo storico si sia unito inutilmente nella mischia.

Etichetta: Relapse Records

Anno: 2019

Tracklist: 01. A Virulent Strain of Retaliation 02. Cognitive Sedation Butchery 03. Narcissistic Paraphilia 04. Arterial Spray Patterns 05. Profane Contagion 06. Dysmorphic Autophagia 07. Sculpted in Tyranny 08. Xenoglossia 09. Modum Sui Morte 10. Truculent Antipathy

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