Destroying The Devoid – Recensione: Paramnesia

Sono un gruppo di un certo interesse i Destroying The Devoid. Nato qualche anno fa sotto la guida unica di Craig Peters (Deeds Of Flesh, Arkaik) questo progetto condensa in poche tracce la durezza del death metal con la varietà armonica e la complessità del prog metal. Non si tratta ovviamente di una trovata di quelle capaci di stravolgere il mondo della musica, visto che di abbinamenti di questo tipo ne ascoltiamo da parecchi anni, ma la band in questione si discosta completamente dalla visione caotica, ipertecnica e violentissima del techno metal contemporaneo per avvicinarsi maggiormente alla melodia; e il risultato è di spessore.

Chasm Of Exixtence” è già un bell’esempio di quanto appena detto: non ci sono rincorse strumentali lanciate a velocità furiosa, ma un’aggressività generale stemperata da arrangiamenti melodici e passaggi di tastiera di chiara matrice progressive/symphonic metal. Il tutto funziona benissimo, visto che i sei minuti e passa del disco volano senza alcun peso nell’ascolto.

Immaginiamo che proprio la ricerca della giusta scorrevolezza e del corretto impatto armonico siano stati gli obiettivi di chi ha messo mano a composizioni e arrangiamenti (lo stesso Craig, se abbiamo ben capito, visto che non ci viene segnalato il coinvolgimento di altri musicisti). Risultato non certo facilissimo, vista la notevole gamma di influenza che vanno a comporre lo stile dei Destroying The Devoid.

L’impegno si vede e da riscontri apprezzabili. Parecchia carne al fuoco si trova ad esempio in una canzone come “The Endless Cycles Of Lunacy”, con tastiere dall’impatto darkeggiante che aggiungono atmosfera ad una struttura molto variegata e capace, in alcuni passaggi, di una superiore brutalità rispetto al primo brano.

Già con l’intro quasi Dimmu Borgir di “Carnivale Nocturno” ci accorgiamo che ad ogni traccia il nostro bravo Peters decide di sorprenderci e, senza porsi confini stilistici di sorta, di andare a cercarsi la propria espressività anche in territori non certo ortodossi. Anche in questo caso ne esce un brano affascinante e caratterizzato da un taglio più narrativo (una sorta di Carach Angrene più death metal, se ci passate la descrizione un po’ forzata).

La title track “Parmnesia” parte con un riff simil-Pestilence/Sadist che ci svela (anche se si era ben capito) da dove arrivi parte dell’ispirazione, almeno per ciò che concerne il lato più techno-death. In questa canzone c’è qualcosa in meno di sinfonico, ma rimane ben evidente il gusto progressive per l’arrangiamento raffinato, con alcuni assoli davvero belli e inseriti con gusto.

Si chiude con “Beyond The Dark Veil”, mega-suite divisa in tre parti, per una durata complessiva di oltre venti minuti, che mette in mostra tutta l’abilità compositiva di Mr. Peters. Ci sono infatti tutti gli elementi che abbiamo già riscontrato nelle canzoni precedenti, accostati con una eccellente fluidità e perfettamente bilanciati nel creare un’insieme che coinvolge alternando momenti di maggiore introspezione ad altri di più marcata potenza metallica. Ancora una volta l’impronta del prog metal anni novanta si sente in modo decisamente evidente, ma la notevole varietà di elementi non lascia mai un senso troppo forte di deja-vu, garantendo un ascolto piacevole e scorrevole dalla prima all’ultima nota.

Un disco che non esitiamo e definire eccellente, ben concepito ed ottimamente suonato. Una scelta da fare a scatola chiusa se amate il death metal dalle tinte fortemente progressive e melodiche.

destroying the devoid

Voto recensore
8
Etichetta: Unique Leader Records

Anno: 2016

Tracklist: 01. Chasm Of Existence 02. The Endless Cycles Of Lunacy 03. Carnivale Nocturno 04. Paramnesia Beyond The Dark Veil 05. Part I: The Co-Existing Gaze 06. Part II: Into The Darkness Beyond 07. Part III: Beneath The Boughs
Sito Web: https://www.facebook.com/Destroyingthedevoid

riccardo.manazza

view all posts

Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login