Denner/Shermann – Recensione: Masters Of Evil

 

Dopo il gustoso antipasto rappresentato dal mini “Satan’s Tomb” la band composta dai due virtuosi ex-Mercyful Fate e dal singer Sean Peck arriva finalmente all’atteso debutto sulla lunga distanza. Anche senza addentrarsi in ascolti ripetuti, ci vuole davvero poco per capire come “Masters Of Evil” sia esattamente quello che ci si poteva attendere dalla premesse, ed è questo sia il pregio maggiore che il limite più grande dell’opera in questione.

Non c’è infatti dubbio che le composizioni nascano in quel riparo sicuro che ha dato origine allo stile unico di una band mai troppo lodata come i citati Mercyful Fate e che quindi ci si ritrovi ad ascoltare canzoni che godono di quel tocco fatato che solo la coppia Denner/Shermann può tirar fuori, ma è anche altrettanto vero che, senza nulla togliere al bravissimo Sean, la mancanza della voce del Re Diamante fa si che una parte della magia si disperda e che comunque, nostro malgrado, ormai il tempo che passa rischia di far risultare un certo approccio come fin troppo manieristico. E in più qualche appunto ci sentiamo di muoverlo anche alla produzione, che è certamente professionale, ma che a nostro gusto rimane fin troppo secca e con le chitarre meno brillanti del solito, finendo con il generare una resa complessiva impersonale e troppo fredda.

Non di meno qualche critica, anche figlia di troppo amore verso il passato degli artisti coinvolti, non cancella quanto di valido il disco riesce comunque a proporre. In pochi nel metal classico sarebbero infatti capaci di concepire brani dalla struttura tanto elaborata quanto fruibile come “Angels Blood” o “Son Of Satan”, soprattutto questo secondo brano mette in mostra anche tutte le doti drammatiche del citato Peck, che non si adagia completamente sullo stile halfordiano che tutti ben conosciamo, ma ricama la propria interpretazione con tonalità più basse e momenti davvero sentiti e recitati. Alcuni riff puzzano in effetti fin troppo di riciclo anni ottanta, come ad esempio l’incipit di “The Wolf Feeds At Night”, ma comunque la qualità tecnica e l’incessante lavoro delle ritmiche mettono in mostra una dinamica che rimane inarrivabile per quasi tutte le altre band che oggi si cimentano in sonorità simili (ci vengono in mente ad esempio i Portrait).

Se poi proviamo solo a contare le variazioni di ritmo e la quantità di divagazioni melodiche presenti in praticamente ogni brano, rimaniamo stupiti di come da tante idee una band qualunque potrebbe tirare fuori tre dischi, non uno solo. In canzoni come “Pentagram And The Cross”, “Masters Of Evil” o “The Baroness” c’è veramente molto da ascoltare, ma il tutto scorre comunque senza intoppi o forzature, anche se poi quella sensazione citata che l’insieme rimanga un pizzico troppo studiato e emozionalmente non esaltante riaffiora ciclicamente a stemperare un minimo l’entusiasmo.

Masters Of Evil” è quindi un disco che piace, e a tratti convince, senza però esaltare. Forse ancora troppo legato al passato per rappresentare un passo avanti e comunque incapace di rinverdire del tutto la gloria delle migliori uscite di un duo che, va ricordato, ha dalla sua alcuni tra i migliori dischi di sempre della storia dell’heavy metal.

 

denner sherman

Voto recensore
7
Etichetta: Metal Blade Records

Anno: 2016

Tracklist: 01. Angel's Blood 02. Son of Satan 03. The Wolf Feeds At Night 04. Pentagram And The Cross 05. Masters Of Evil 06. Servants Of Dagon 07. Escape From Hell 08. The Baroness
Sito Web: http://dennershermann.com/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Helios

    delusione totale, album mediocre nonostante i due chitarristi siano la storia del metal anni 80….canzoni scialbe, nessuna traccia del genio espresso su melissa e Don’t break the oath…Sean peck come cantante è inadatto

    Reply
    • Riccardo Manazza

      Secondo me sei un po’ troppo severo, comunque concordo che il disco rimane abbastanza deludente rispetto all aspettative. I paragoni con Melissa e Don’t Break the Oath non sono neanche possibili. Ma quello vale per tutto ciò che è uscito di metal classico negli ultimi 20 anni o giù di lì.

      Reply (in reply to Helios)

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