Cantrell Jerry – Recensione: Degradation Trip

A pochissime settimane dalla morte di Layne Staley torna sotto l’attenzione di tutti Jerry Cantrell, che degli Alice In Chains fu la slabbrata, grumosa e tenace presenza chitarristica. Mai come ora ‘Degradation Trip’ avrebbe potuto rappresentare la chiusura di un circolo, una chiusura semplicemente formale, forse, ma che avrebbe conservato un alone di fascino. E invece siamo davanti ad un disco che offre decisamente più dubbi che certezze, che guarda costantemente al passato senza riuscire a replicarlo o aggiornarlo come si dovrebbe: non è dato sapere se sia semplicemente il tempo che scorre o se ci siano situazioni più profonde a determinare una tale prova discografica, ma ‘Degradation Trip’ si regge in piedi a malapena. Lunghissimo e giocato costantemente sugli stessi suoni, riff e passaggi, l’album si presenta come assolutamente immobile. ‘Psychotic Break’ è –formalmente- un pezzo facilmente inseribile nella scaletta dell’ultimo Alice In Chains, ma al suo interno è rigido, totalmente asettico. Cantrell, ormai definitivamente avvicinatosi al timbro vocale dell’amico scomparso, non riesce a far risuonare l’eco di Staley nemmeno su ‘Bargain Basement Howard Hughes’, mentre ‘Anger Rising’ si trascina appesantita per almeno un paio di minuti di troppo. Siamo al terzo pezzo e la meravigliosa, funesta rappresentazione del dolore messa in musica su ‘Dirt’ non è nemmeno stata sfiorata. ‘Give It A Name’ è un giochetto Nirvaniano qualsiasi, ‘Hellbound’ forse l’unico pezzo in cui la coltre si ispessisce in maniera tangibile: c’è un pezzetto di ‘Grind’ nascosto da qualche parte che si tiene aggrappato per i denti al tessuto chitarristico. ‘Degradation Trip’ passa così, rischiando di accontentarsi di un distratto sottofondo invece di farci fermare il cuore. Da una parte a uno come Cantrell siamo disposti a perdonare quasi tutto, è vero, ma dall’altra sentiamo di dovergli chiedere molto di più. Si tratta certo di materiale che mette a letto Staind e Puddle Of Mudd prima di mezzanotte, ma nondimeno il rovente dibattersi di ‘Rooster’ qui non lo troviamo proprio, né tantomeno il commovente e stentoreo impasto acustico di ‘I Stay Away’. Rimaniamo in ascolto, in ogni caso: questa non è la fine che avevamo in mente.

Voto recensore
5
Etichetta: Roadrunner / Universal

Anno: 2002

Tracklist:

Tracklist: Psychotic Break / Bargain Basement Howard Hughes / Anger Rising / Angel Eyes / Solitude / Mother Spinning In Her Grave (Glass Dick Jones) / Hellbound / Give It A Name / Castaway / She Was My Girl / Chemical Tribe / Spiderbite / Locked On / Gone


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  1. Alessandro Bevivino

    Io trovo sia un GRANDE album.

    Reply

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