Deep Purple – Recensione: Whoosh!

La curiosità, intesa in senso lato sia come voglia di scopire che di sperimentare cose nuove (nei limiti della legalità, è ovvio) è uno di quegli aspetti che mantengono le persone giovani da un punto di vista mentale. Diciamolo francamente: chi glielo fa fare ai Deep Purple di incidere album nuovi, ad un’età anagrafica in cui potrebbero ritirarsi serenamente e senza rimpianti? E, se proprio devono incidere un album nuovo, anche solo da usare come pretesto per l’ennesimo tour, perchè non limitarsi a una fotocopia di “In Rock” o di “Perfect Strangers”, giusto per andare sul sicuro? No, Ian Gillan e soci, evidentemente, hanno ancora tanta voglia di mettersi in gioco. E ce lo dimostrano con un album che non ha moltissimo da dividere con il precedente (e già questo è un aspetto interessante), e che mette in luce le molte sfaccettature che i Deep Purple sanno ancora dare alla loro musica.

Da un punto di vista puramente stilistico, “Whoosh!” si può suddividere in due parti. La prima metà dell’album contiene brani dall’immediatezza di ascolto più evidente, fatti da riff che puntano ad accapparrarsi l’attenzione dell’ascoltatore. Si tratta per la maggior parte di brani in cui, ad esempio, per quanto riguarda le chitarre, Steve Morse ci dimostra come a volte siano sufficienti poche note messe al posto giusto per catalizzare l’attenzione. Pur mantenendo le loro sonorità caratteristiche, in questa fase i Deep Purple si concedono diverse escursioni nell’R&B, a cui si accompagnano quelle tipiche parti strumentali, che conosciamo bene, in cui ciascun musicista può dare il meglio di sè. “Drop The Weapon” sintetizza bene questi aspetti, così come il brano di apertura e primo singolo scelto, “Throw My Bones“. Non vogliamo certamente sminuire il resto dei brani che compongono questa prima parte, ma diciamo che lo stile rimane un po’ quello, pur se con standard altissimi.

La seconda parte dell’album, invece, è quella in cui i Deep Purple, da una parte, sperimentano di più, e dall’altra sembrano avvicinarsi maggiormente a quello che è il loro vissuto storico di inizio carriera. Non a caso, è la parte in cui viene ripescata dagli archivi la strumentale “And The Address“, che faceva parte del primissimo album della band (quindi risaliamo al 1968), e che qui viene ripescata come metaforico ponte fra passato e presente (risultando, e questa è la cosa più interessante, più attuale che mai e coerente con il resto dell’album). Questa è la parte, quindi, che va ascoltata con maggiore attenzione, in quanto meno immediata della precedente, quella in cui i musicisti osano di più non solo nel dimostrare la loro maestria (come se ce ne fosse ancora bisogno), ma anche nel saper spaziare a tutto tondo fra la storia della band e le singole fonti di ispirazione. A partire da “The Long Way Round” e avanti fino alla fine del lavoro, la band torna a sbizzarrirsi, quasi come se si fosse trattenuta all’inizio per poi presentare la portata principale quando uno meno se lo aspetta. Questa parte raggiunge il suo apice nell’accoppiata fra la breve parte strumentale “Remission Possible” e la lunga “Man Alive“, forse il brano più visionario dell’intero full length, in cui i riff classici di chitarra si innestano in modo impeccabile sulle tastiere dai suoni eterei di Don Airey, creando un mosaico di suoni concreti e più “spirituali” a cui è imposssibile rimanere indifferenti.

Lo ribadiamo, “Whoosh!” non è un album facilissimo da ascoltare, necessita di qualche attenzione in più rispetto ai lavori precedenti, ma questo, a nostro parere, è solo un segnale positivo, un’indicazione di come la band non si sia mai seduta sugli allori.

Certo, qualcuno potrebbe abbandonarsi a obiezioni già sentite e risentite, tipo che Ian Gillan non è più capace di cantare “Child In Time”, e allora l’album non merita attenzione perchè questi non sono i veri Deep Purple dato che mancano Blackmore e Lord, e così via. L’invito che facciamo, invece, è quello di ascoltare “Whoosh!” con una mentalità aperta, consapevoli, soltanto, di essere di fronte all’ennesimo mattone di una costruzione dal grandissimo valore storico, la cui modernità non accenna minimamente a tramontare. I Deep Purple non hanno la minima intenzione di fermarsi, di porre un limite alla loro creatività e alla loro curiosità, e se il risultato di questa spinta collettiva è un album di ottimo livello come questo, c’è solo da essere loo grati.

Etichetta: earMUSIC

Anno: 2020

Tracklist: 01. Throw My Bones 02. Drop The Weapon 03. We’re All The Same In The Dark 04. Nothing At All 05. No Need To Shout 06. Step By Step 07. What the What 08. The Long Way Around 09. The Power of the Moon 10. Remission Possible 11. Man Alive 12. And the Address 13. Dancing In My Sleep
Sito Web: https://www.facebook.com/officialdeeppurple/

anna.minguzzi

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Va molto fiera del fatto di essere mancina e di essere nata a San Giovanni in Persiceto, paese della provincia bolognese. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi più smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va a teatro, canta in due cori, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Ci tiene a ribadire che adora i Dream Theater, che ha visto dal vivo almeno venti volte, e se non assiste ad almeno un concerto ogni settimana va in crisi di astinenza.

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  1. Huge

    Buonissima recensione ma resta il fatto che il disco è un po’ una palla. Infinite era decisamente meglio. Onore alla carriera ma qui non si va oltre la sufficienza.

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