Deep Purple – Recensione: Turning To Crime

C’è un gruppo di ultrasettantenni che, fra cambi di formazione, scioglimenti e reunion è tutt’ora attivo, che una cinquantina di anni orsono ha contribuito in maniera determinante a inventare un genere musicale, che è stato un’influenza fondamentale per milioni di band e musicisti in tutto il mondo, che ha venduto centinaia di milioni di copie di dischi nella sua lunghissima carriera e che, in sostanza, si può senza alcun ragionevole dubbio considerare uno dei più importanti della storia del rock. Si dà il caso che questi attempati signori, quattro inglesi e un americano, abbiano ancora tanta voglia di suonare dal vivo, riuscendo peraltro a fare gran concerti, e di far uscire nuovi dischi di eccellente livello creando la loro musica trovandosi e suonando in lunghe jam, come si faceva una volta. A tutto questo si è però frapposta una pandemia che da un paio d’anni non lascia in pace il pianeta Terra e i suoi disgraziati abitanti. Ma questi signori, che la musica la vivono, la assimilano e la respirano in ogni loro espressione, di stare con le mani in mano non ne hanno alcuna intenzione. Ecco quindi che gli viene un’idea: se non è possibile trovarsi assieme per creare, perché non ricordare le proprie origini musicali e un po’ della musica preferita quando i capelli non erano ancora bianchi e il rock si stava accingendo a scrivere alcune fra le sue pagine più avvincenti?

Ecco com’è nato questo “Turning To Crime”, e il divertimento da parte di chi lo suona è il filo conduttore che unisce brani anche molto diversi fra loro. Va interpretato in questo modo un brano come “7 And 7 Is”, la cui versione originale dei Love ha un approccio proto punk e che in questa versione le tastiere di Don Airey aggiungono un sapore prog senza però risultare stucchevole, passando poi ad un rock’n’roll rilassato (con tanto di sezione fiati) quale “Rockin’ Pneumonia” di Huey Smith in cui i nostri riescono a citare un riff piuttosto noto…

Allo stesso modo vengono gestiti dei super classici come “Oh Well” dei Fletwood Mac o “Let The Good Times Roll” di Ray Charles (suonata con approccio jazzato da big band), rispettandoli ma allo stesso tempo imprimendo loro un indelebile marchio porpora. Non si può resistere all’impressionante groove di Ian Paice su “Jenny Take A Ride” di Mitch Rider, un classico del r’n’r o al tono scanzonato dato a “Watching The River Flow “di Bob Dylan. E che bello sentire Steve Morse usarci sopra la chitarra slide, o il wah wah su una versione piuttosto fedele di “White Room” dei Cream. Si va dal southern solare di “Dixie Chicken” dei Little Feat alla psichedelia beat di “Shapes of Things” degli Yardbirds, a una vigorosa versione di “Lucifer” di Bob Seger.

Ma quanto devono essersi divertiti nel country “The Battle of New Orleans”, qua nella versione di Lonnie Donegan, cantata da Ian Gillan assieme a Roger Glover, Steve Morse e il produttore Bob Ezrin? Il gran finale arriva col medley “Caught in The Act”, che vede messi assieme Freddye King, Booker T. And The M.G.s’, Allman Brothers, Led Zeppelin e Spencer Davies Group un po’ come i nostri hanno spesso fatto dal vivo, con la loro ironia, prima di eseguire il bis del loro brano più famoso. Su tutto campeggia a livelli stellari la mai doma voce di Ian Gillan, che se non avrà l’elasticità dei vent’anni, dà lezione a tutti come interpretazione, intensità, versatilità, modulazione, in poche parole su come si canta.

I Deep Purple, da un’idea nata un po’ per scherzo e neppure così originale, hanno tirato fuori un grandissimo disco, dove danno tutto loro stessi divertendosi e suonando con una perizia ed una classe che è solo dei numeri uno. Dimostrano per l’ennesima volta di essere in grado di suonare qualsiasi cosa con un’assoluta libertà, dal garage allo swing, al beat al blues, oltre, ovviamente all’ hard rock. Danno però sempre la loro impronta mettendo in risalto le note, incredibili capacità di immensi capiscuola, ma del tutto consapevoli delle loro possibilità, che restano sempre a servizio del modo che hanno di sentire un brano. Ci si può chiedere se operazioni del genere abbiano senso, ma la risposta è chi se ne frega, alla loro età e con la loro posizione nella storia del rock i Deep Purple è giusto che facciano quello che vogliono senza rendere conto a nessuno. Ciò che importa è ascoltare questo loro ennesimo prodotto lasciandosi andare alla grande musica che contiene e godere con l’entusiasmo di quei bambinoni di più di 70 anni a cui, se qualcuno ha spiegato che sarebbe ora di ritirarsi, rispondono con grandissima musica, finché avranno le energie per farlo. E noi speriamo che questa favola duri più a lungo possibile.

Etichetta: earMUSIC

Anno: 2021

Tracklist: 01. 7 And 7 Is 02. Rockin’ Pneumonia 03. Oh Well 04. Jenny Take a Ride 05. Watching The River Flow 06. Let The God Times Roll 07. Dixie Chicken 08. Shapes of Things 09. The Battle of New Orleans 10. Lucifer 11. White Room 12. Caught in The Act
Sito Web: https://www.facebook.com/officialdeeppurple

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