Metallica – Recensione: Death Magnetic

Poco più di un minuto di introduzione musicale, con il basso che ricalca l’introduzione di “Enter Sandman”, seguito da una strofa che nei finali è molto simile a un brano di apertura del calibro di “Blackened”. Andiamo avanti, e troviamo un pezzo più complesso, in cui si riesce a sorvolare sul fatto che la prima parte assomigli in modo esagerato a “Master Of Puppets” per il suo sviluppo successivo. E siamo solo ai primi due pezzi, vale la pena di andare avanti?

Il 2008 sarà sicuramente ricordato, fra le altre cose, anche per essere l’anno in cui le colonne portanti del metal ritornano sulla scena, lasciando dietro di loro una scia di commenti poco concordi. Questo è stato per i Judas Priest, potrebbe succedere (ma sinceramente speriamo di no) per gli AC/DC e di sicuro succede in questo momento per i Metallica, per cui qualsiasi minima mossa viene spiata, amplificata e commentata su larga scala. Anche se in “Death Magnetic” non ci sono più sensibili vizi di forma, per definire con un eufemismo gli ultimi tentativi realizzati con il controverso “St. Anger”, qualche perplessità rimane. È come se i Metallica stessero cercando disperatamente di convincere il pubblico che negli ultimi anni ha gridato allo scandalo che è tutta acqua passata e che sono tornati ai fasti del vecchio thrash metal di un tempo. È per questo motivo, probabilmente, che ci sono tutte queste auto citazioni (per non tirare in ballo la possibilità di una mancanza di idee), fra cui quelle riportate sopra, riferite a “This Was Just Your Life” e “The End Of The Line”, che purtroppo sono le prime ma non le ultime. Un primo aspetto caratteristico, quindi, riguarda l’eccessivo riferirsi a un passato storico che la band aveva tanto disdegnato e che adesso sembra voler tirar fuori a tutti i costi, per quanto la produzione sia cambiata e le influenze degli album precedenti si avvertano ancora qua e là.

La sua eccessiva durata è un altro fattore che ne rende l’ascolto difficoltoso. Considerando che il brano più breve è “My Apocalypse”, veloce e furiosa corsa thrash in cui James Heatfield si sfoga a livello vocale, e considerando che i brani sono dieci, è piuttosto semplice fare il conto, e se non si può dire che ci siano brani inutili, che ci siano riempitivi, è certo che togliere un buon paio di minuti, palesemente inutili, da ogni brano avrebbe reso il disco più scorrevole.

Per fortuna ci sono degli spunti positivi. “The Unforgiven III” inizialmente fa pensare al sequel di una saga dell’orrore, e non solo per il titolo: che senso ha iniziare il brano con un raffinato giro di archi e pianoforte, per poi proseguire su una linea totalmente diversa, in cui il piano scompare subito e gli archi sono relegati sullo sfondo? Eppure, lo sgomento è sostituito da un senso di piacevolezza nel momento in cui si entra nella mentalità malata dei riff di chitarra e si apprezza il contrasto fra questi e l’apparente pace della prima parte. Anche “The Day That Never Comes” e la moderna “Cyanide” risultano piacevoli ed interessanti all’ascolto, anche se quest’ultima risente ancora del difetto di eccessiva lunghezza.

Il ritorno sulle scene dei Metallica non è stato quindi funestato da grida di scandalo, ma neanche da unanimi cori entusiastici. Si può presupporre anche un atteggiamento prevenuto da parte del metallaro medio, deluso della produzione di Hetfield e compagni dell’ultimo decennio, ma anche se la strada maestra non è stata ancora ripresa, qualche segnale di un possibile cambiamento di stile (o di mossa commerciale dettata esclusivamente dalle leggi del marketing? Mistero…) effettivamente ci può essere.

Anna Minguzzi

VOTO: 6.5

Un ritorno al thrash metal voluto dai fan, cercato ma non ottenuto con il debole “St.Anger” ma più volte annunciato. E ora ci siamo. Hanno assaggiato le produzioni patinate e le classifiche di mezzo mondo con il black album, hanno provato la strada dell’hard rock con i due capitoli di “Load” ed esplorato la modernità con il già citato “St. Anger” e ora, “Death Magnetic” torna a quel passato da sempre visto da pubblico e critica come la fase più creativa della band, ma dai Metallica stessi più volte rinnegato.

Mossa azzeccata? Può essere, in fondo non chiedevamo altro da loro e un disco di tal genere che riesce a fare breccia nella vetta della classifica musicale di un paese ottuso come il nostro, è un buon segnale. Ma l’entusiasmo naturale deve essere comunque smorzato dalla qualità effettiva dell’album, piuttosto bassa per dirla tutta. “Death Magnetic” propone una serie di brani lunghi, mediamente sui 7-8 minuti di durata e purtroppo ripetitivi. Immaginate dei pezzi tecnicamente perfetti ma comunque non esaltanti. Per carità, i Metallica non sono mai stati degli esecutori sopraffini, ma dalla loro ha sempre giocato il gusto nelle composizioni, quel saper trovare la melodia azzeccata che rimane subito nota al pubblico e garantisce il successo. E in “Death Magnetic” questo non succede. Lo si ascolta anche con un certo piacere, più che altro spinti dalla convinzione che “finalmente abbiano fatto qualcosa di buono” ma dopo un po’ ci si accorge che nei pezzi c’è stato un saccheggio autorizzato di tutti i passaggi che hanno fatto la fortuna dei quattro di Frisco. Già l’imbarazzante singolo “The Day That Never Comes”, pescando un po’ dal passato remoto e recente dei nostri, contrappone una parte melodica che fa terribilmente il verso a “One” (anche nelle liriche pacifiste) a un assolo finale lungo e pasticciato, che proprio non significa nulla (e va beh, c’eravamo tanto lamentati che l’ultima volta non c’erano…). Fondamentalmente non sarebbero male nemmeno “That Was Just Your Life” e “The End Of The Line” peccato che gli echi di “Creeping Death”, “Battery” e “Master Of Puppets” facciano capolino tra una strofa e l’altra, nemmeno troppo nascosti. E poi c’è questa lunghezza ingiustificata, questo tirare il brano per le lunghe appesantendolo con delle ripetizioni dall’utilità opinabile.

Può sembrare paradossale ma tra i pezzi migliori del lotto figura quella “The Unforgiven III” il cui titolo farebbe rizzare i capelli anche al più fiero fan della band, ottima nella giustapposizione tra l’incipit alla Morricone e i riff successivi che prendono spunto dalle ritmiche del black album, ancora la moderna “Cyanide” (retaggio di “St. Anger meglio sviluppato?) e la conclusiva “My Apocalypse”, un brano compatto e veloce che (chiudiamo un occhio sui riferimenti a “Motorbreath”) finisce anche per esaltare.

Metallari, in fondo potete essere contenti di “Death Magnetic”: sono tornati i capelli (per lo meno fin dove l’età lo consente) e pure il vecchio logo. Chi si accontenta gode, no? E ormai, un nome che brilla di luce propria non ha più bisogno di capolavori per ottenere consenso.

Andrea Sacchi

VOTO: 6

Etichetta: Elektra Records / Universal

Anno: 2008


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