Death Angel – Recensione: A Thrashumentary

Se pur ricca di spunti positivi questa ultima uscita targata Death Angel ha tutti i crismi dell’occasione perduta a metà. Se infatti ci si sofferma esclusivamente alla valutazione del dvd contenete il documentario non si può che essere felici nel vedere la prima parte, quella dove la band si racconta, con anche qualche piccolo cameo di personaggi importanti dell’epoca come ad esempio Chuck Billy che ci parla di quando ha incontrato per la prima volta questi (allora) giovanissimi ragazzi di cui tutti erano così impressionati.

Anche se sarebbe potuto essere ancora meglio aver avuto un maggiore apporto di documenti dell’epoca, solo il sentir parlare di quegli anni così importanti, della scena della Bay Area e dei suoi sviluppi… è da apprezzare e guardare tutto d’un fiato. Così come, per i fan della band sarà altrettanto commovente essere messi a parte della situazione negli anni più oscuri, tra l’incidente che mise di fatto fuori gioco il gruppo all’apice della carriera e gli anni di una lenta e inesorabile rinascita che porteranno a sorpresa la band a riformarsi agli inizi del nuovo millennio (in occasione del concerto organizzato proprio per Chuck Billy!).

A questi punto però l’intensità del racconto diventa meno coinvolgente, trasformandosi in una specie di making of degli album successivi (con molto focus sul penultimo e validissimo “Relentless Retribution”). Tutto molto normale, se non per quando la band si trova nell’obbligo di sostituire due elementi di peso come il batterista Andy Galeon e il bassista Dennis Pepa (entrambi mai presenti nelle interviste del documentario) o per la presentazione di un personaggio sui generis come il produttore Jason Suecof.

Forse la anomala vicenda della band, con una carriera troncata di fatto in due, rendeva complesso tenere alta la tensione passando dal racconto epico degli anni che anno cambiato la storia della musica, a queste ultime stagioni di maggior routine e maturità (se pur vissute sempre con grande passione).

Discorso diverso invece se si parla del disco live bonus “The Bay Calls For Blood”: qui scendiamo infatti nella vera e propria disdetta che ci fa esclamare senza ritegno un fragoroso “ne vogliamo di più!!!”.
Per una band storica come i Death Angel che dal vivo è da sempre inappuntabile e che non ha mai prodotto un live ufficiale degno di questo nome, trovarsi con l’opportunità di mettere sul mercato un disco registrato in modo magnifico e suonato divinamente come quest’ultimo doveva essere un’occasione da sfruttare meglio! Nulla da dire quindi sul contenuto formale, qui i Death Angel mostrano una forma incredibile e le canzoni sono tutte suonate splendidamente. Solo la scaletta di dieci tracce, di cui sette tratte dall’ultimo lavoro rimane davvero troppo poco rappresentativa el complesso della carriera, soprattutto se pensate che il disco esce incluso nel packaging di un documentario che ripercorre appunto tutta la storia del gruppo.
Un peccato, poteva davvero essere un’uscita con il botto questa dei Death Angel, ed invece rimane solo un buonissimo prodotto destinato però ai soli die-hard fan.

Etichetta: Nuclear Blast Records

Anno: 2015

Tracklist:

A Thrashumentary - DVD - History Of The Band

"The Bay Calls For Blood" -CD
01. “Left For Dead”
02. “Fallen”
03. “Buried Alive”
04. “The Dream Calls For Blood”
05. “Execution / Don’t Save Me”
06. “Truce”
07. “Detonate”
08. “Bored”
09. “Caster Of Shame”
10. “Territorial Instinct / Bloodlust”


Sito Web: http://deathangel.us/

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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