Deadrisen – Recensione: Deadrisen

I Deadrisen arrivano freschi freschi dalla East Coast degli Stati Uniti e sono una creatura di Rod Rivera e Mike LePond: il primo è un chitarrista con oltre trent’anni di esperienza sulle scene del Christian Metal (molti dei quali passati in sodalizio con il singer Johnny Bomma) mentre LePond è, senza dover aggiungere altro, il bassista dei piro-e-tecnici Symphony X. E’ la dichiarata volontà di fondere tra loro diverse influenze, che spaziano dal flamenco alla musica mediorientale, passando per heavy metal anni settanta/ottanta e hard rock, che rende interessante questa nuova proposta: un obiettivo ambizioso e sicuramente alla portata di musicisti navigati, ma che normalmente richiede un lavoro di cesellatura finissimo – di diplomazia stilistica se non di attento riordino, alla Marie Kondo – per portare a risultati originali e dalla chiara, sostenibile identità. E non si può certo dire che i Deadrisen, impegnati in questo tipo di ricerca, abbiano intenzione di menare il proverbial can per l’aia: pagato il dazio della cinematografica intro, il mi presento di rito (Tapparella, Elio e Le Storie Tese, 1996) è costituito da un assalto programmatico di chitarre e batteria che non concede alcuno spazio all’immaginazione.

E’ un power pieno e tirato quello che si rivela fin dai primi minuti, prodotto splendidamente come da tradizione del genere e capace alla bisogna di dilatare gli spazi per concedere qualche respiro con intermezzi strumentali, tempi cadenzati ed un utilizzo discreto ma efficace delle tastiere. Nei cinque minuti dell’apripista Prophecy c’è tutto e di più: la tecnica degli assoli, il dinamismo di una ritmica implacabile e l’esplosione dei cori sono tratti immediatamente distintivi, resi in forma più che rispettabile. Ad avvalorare ulteriormente la competenza tecnica del quintetto è la duttilità del cantante Will Shaw: sempre a suo agio nei momenti più intensi e rabbiosi (Chains Of Time), Shaw si rende autore di una prova dolce ed autentica in Reach For The Sun, una ballad per nulla memorabile ma pur capace di creare un soffuso spartiacque a metà della scaletta. Se questo disco ha un peccato di gioventù, se di peccato si può parlare, è quello di indugiare con una certa insistenza sulle precisioni dei suoi pur notevoli ingranaggi ritmici (The Maker) anche a discapito dell’espressione melodica. Ai chorus non manca la melodia, ma la loro cantabilità è da ricercare più nel continuo dimezzamento dei tempi che non nella ricerca di una soluzione armonica davvero coinvolgente, di efficace chiusura ed in grado di capitalizzare come sanno fare i tedeschi su quanto costruito nelle strofe precedenti. L’effetto crudele è quello di una inutile sofisticazione, di una promessa ogni volta stuzzicante ma continuamente non mantenuta: se infatti è evidente la capacità di prendere l’ascoltatore per mano coinvolgendolo battuta dopo battuta, raramente ci si trova al centro di un momento vagamente catchy o spensieratamente cantabile.

La scelta di non rincorrere la hit attraverso soluzioni facili può essere lodevole e coerente con le contaminazioni progressive alle quali la band si richiama, ma lascia tuttavia perplessi perché la presenza di piccole divagazioni (Visions) non incide – né per la quantità né per la qualità talvolta impantanante delle stesse (Fear And Fury sarebbe stata così bella… se solo non) – a tal punto da rendere il disco diverso da un buon prodotto power a stelle e strisce. Complici le linee di basso di Mike Lepond, che contribuiscono alla mobilità ed alla solidità dell’impianto ritmico (But You), la narrazione di Deadrisen si sviluppa comunque dall’inizio alla fine con buona autorevolezza: collocabili tra i modernismi dei Bloodbound di Tabula Rasa (2009), il thrash dei primi Metallica (omaggiati sul finale con una cover piuttosto fedele di For Whom The Bell Tolls) e l’approccio tradizionalmente più heavy-metal di un Three Kings (Stormzone, 2013), gli americani si rendono protagonisti di una prova d’esordio convincente, uno showcase generoso e pieno di talento che eseguito dal vivo si preannuncia dirompente ed al quale manca solo un’ulteriore messa a fuoco stilistica per eliminare il colante superfluo, ed accedere senza incertezze al prossimo stadio evolutivo.

Etichetta: AFM Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Risen Death AD. 02. Prophecy 03. Destiny 04. The Maker 05. Reach For The Sun 06. Visions 07. Chains Of Time 08. Fear And Fury 09. But You 10. For Whom The Bell Tolls

Marco Soprani

view all posts

Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login