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Ache – Recensione: De Homine Urbano / Green Man (Reissue)

Basta dare anche solo uno sguardo superficiale alla quantità di materiale ristampato in questi anni per rendersi conto della vastità planetaria del movimento musicale prog-psichedelico che a cavallo tra ’60 e ’70 diede una spinta fenomenale ad una creatività musicale popolare che improvvisamente non è più solo intrattenimento, ma si poneva obiettivi più alti. Ogni paese ebbe le proprie band (e come sappiamo l’Italia ha un posto di prim’ordine), ma molti di questi fenomeni locali sono rimasti ben lontani dalle luci della ribalta internazionale per essere ripescati da fans e collezionisti solo anni dopo. Sicuramente la scena danese non è tra quelle più gettonate e una band come gli Ache non crediamo abbia mai riscosso dalle nostre parti una grande considerazione.

A maggior ragione appare opportuna questa coppia di ristampe della instancabile Esoteric, come sempre curatissime nel suono e nelle note di libretto, che rimette a disposizione del pubblico due lavori validi e a loro modo originali.

“De Homine Urbano” fece infatti la sua apparizione nel 1970 e la prima facciata era completamente coperta da una lunga suite strumentale indiscutibilmente influenzata dalla musica sinfonica, e ovviamente dai maestri del progressive dell’epoca (The Nice e ELP su tutti), che venne composta per essere abbinato ad una coreografia e danzata sotto la forma innovativa del “balletto-rock”. Il secondo e quasi altrettanto lungo brano, “Little Things”, mette in luce un suono maggiormente orientato al rock e vocals dal timbro quasi epico, ma conserva la struttura libera, a tratti leziosa nel miscelare forzatamente generi moderni e classici, che permetteva di collegare partiture anche armonicamente distanti alla ricerca di una sperimentazione che era finalmente permessa e veniva percorsa senza limitazioni. Sono queste caratteristiche che fanno di “De Homine Urbano” un ottimo esempio della musica di quegli anni e una vera manna per gli amanti del genere sempre alla ricerca di nuove scoperte vintage.

Strutturalmente diverso, ma non per questo meno interessante è invece “Green Man” (1971). L’album si immerge ancora di più nel mare del rock, alla ricerca di sonorità più intense e concise, consegnandoci un sound che li rende accostabili a band di hard prog come ad esempio Atomic Rooster o Vanilla Fudge. L’organo Hammond domina costantemente la scena con la propria potenzialità evocativa e le ritmiche si sono fatte più serrate e pesanti, espresse attraverso un forma sempre slegata dalle regole tipiche della canzone di genere, ma indirizzata con maggiore continuità alla durezza e avvolte da un’atmosfera mediamente più greve. Ancora una volta la band ha composto le canzoni cercando di evocare immagini in movimento e creando dietro alla musica una in specie di Teatro Rock che unisse l’insieme in un concept artistico ad ampio respiro.

Il risultato non ha ci pare nulla da invidiare a tante band famose dell’epoca e soprattutto l’incredibile lavoro all’organo di Peter Mellin pare quasi surreale sia da assegnare ad un giovane e non certo celebre musicista danese.

Per chi già non li possiede sono insomma due dischi più che consigliati.

Voto recensore
7,5 / 8
Etichetta: Esoteric Recordings

Anno: 2012

Tracklist:

De Homine Urbano:
01. De Homine Urbano (19:01)
a) Overture
b) Soldier theme
c) Ballerina theme
d) Pas de deux
e) Ogre theme
f) Awakening
g) The dance of the demons
g) Pas de trois
h) The last attempt
i) Finale
02. Little Things (18:37)
Green Man:
01. Equatorial rain (6:59)
02. Sweet Jolly Joyce (3:47)
03. The Invasion (5:58)
04. Shadow Of A Gypsy (4:38)
05. Green Man (4:38)
06. Accheron (4:47)
07. We Can Work It Out (8:43)


Sito Web: http://www.cherryred.co.uk/shopdisplayproducts.asp?search=yes&bc=no&artist=Ache

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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